Conclusasi amaramente la Cerimonia degli Oscar per il nostro cinema italiano, dal 26 aprile, con la riapertura delle sale cinematografiche, stanno tornando in programmazione molti film e, in particolare, quelli vincitori degli Oscar, come il pluripremiato “Nomadland” della regista Chloé Zhao. Ma, in questi giorni on demand su Sky Prima Fila, Amazon Prime Video, Apple TV Plus, Chili, The FilmClub, Rakuten e Google Play, in linea con il processo di digitalizzazione che sta caratterizzando il nostro paese e soprattutto con la fruizione cinematografica al tempo del Covid, è possibile guardare “I giorni bianchi”, prodotta da Donkey’s Movies e Full Frame e distribuita da Evoque Art House di Mauro John Capece: un film drammatico che racconta la quarantena di una famiglia italiana e che con molta facilità potrebbe conquistare la nomination agli Oscar risollevando gli esiti di questa amara edizione, svoltasi, eccezionalmente, come già accaduto durante i conflitti bellici, nel mese di aprile in concomitanza con molti eventi cinematografici.

“I giorni bianchi” è la nuova pellicola diretta da Davide Alfonsi e Denis Malagnino con Daniele e Simona Malagnino: quarto lungometraggio realizzato dopo “Il codice del babbuino”, il noir sul caso di giustizia fai da te, “Ad ogni costo”, il dramma periferico alla “Kramer contro Kramer”, presentato al Festival Internazionale del Film di Roma, e “La Rieducazione”, la commedia amara, ospitata al Festival di Venezia, sulla storia di Marco, un giovane laureato in sociologia, costretto a lavorare in un cantiere edile e a subire gli scherzi del principale.

Accantonando lo stile ironico e sarcastico che ha contraddistinto le precedenti pellicole, gli autori ricorrono al tipico pathos del cinema neorealista per narrare la drammatica quotidianità che ha caratterizzato i giorni del lockdown delle famiglie italiane nella guerra contro il Covid. Alla tragedia dei morti, che i telegiornali annunciano ogni giorno, in una Roma di memoria rosselliniana, già barbaramente “aperta”, si consuma un’altra tragedia all’interno di una famiglia, composta anonimamente da un marito, da un fratello e da una moglie, persone senza nome ai quali il lockdown ha acuito i loro disagi: la libertà, privata dapprima dal matrimonio e ora dal necessario “Stay At Home”, la demenza e il desiderio di maternità.

I registi li riprendono, in primi e primissimi piani, senza celare il chiaro riferimento ad un’altra Roma, quella del quartiere messicano raccontata da Alfonso Cuarón, mostrando i loro visi spenti e depressi da settimane di chiusura mentre preparano la pizza mescolando consapevolmente o inconsapevolmente (difficile stabilirlo al tempo del Covid) la farina con le mosche morte agognando di diventare mamme, mentre si lavano, come automi rumorosamente i denti, stanchi di badare al proprio nucleo familiare, mentre parlano di una S.S.Lazio, che da settimane non vedono più giocare. Tuttavia, a differenza della pellicola di Alfonso Cuarón, il Covid ha spento definitivamente i loro sogni rendendo cupo anche quel cielo, dove, per le misure restrittive, da mesi non sorvolano gli aerei che trasportano i passeggeri in viaggi di evasione.

Per le interpretazioni toccanti di tutto il cast che ricordano quelle degli attori italiani dei film neorealisti, girati al termine del secondo conflitto mondiale, e, soprattutto, per lo stretto legame con il filone neorealista nel raccontare un dramma nazionale, senza alcuna forma di esagerazione, “I giorni bianchi” potrebbe facilmente avere una nomination agli Oscar. Allora, non resta che augurare loro un in bocca al lupo e di risollevare le sorti di questa amara edizione degli Oscar.

Alessandra Alfonsi