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I morti non muoiono. Ma il cinema di Jarmusch sì

L’ultima volta che Jim Jarmusch si è accostato al genere horror (è davvero lecito parlare di horror?) come costrutto culturale e di genere era il 2013. Barack Obama era Presidente degli Stati Uniti e Scappa – Get Out non era ancora arrivato in sala. D’accordo, il 2013 era già molto diverso dal 2009 ma, all’epoca, la percezione del mondo era abbastanza differente da quella che si ha oggi. Quanto è cambiato, in concomitanza con i tempi, il cinema di Jim Jarmusch? Dai vampiri agli zombie, in effetti, il salto è abbastanza breve.

I morti non muoiono ha aperto l’ultima edizione del Festival del Film di Cannes. Un cast spettacolare (Bill Murray, Adam Driver, Selena Gomez, Chloe Sevigny, Tilda Swinton, Steve Buscemi, Danny Glover) ha passeggiato sulla Croisette e ha convogliato incredibili aspettative sul film, che racconta la storia di un’apocalisse zombie. L’asse terrestre è stato deviato e le conseguenze non tardano a presentarsi in tutto il mondo. In modo particolare, la ridente cittadina di Centerville si trova ad affrontare i non-morti con l’enorme bagaglio culturale che il cinema concede in dote ai suoi amanti. Nessun abitante di Centerville, infatti, sembra essere particolarmente sorpreso dell’arrivo degli zombie o, quanto meno, è come se ognuno stesse assistendo ad uno spettacolo già visto e persino vissuto. Addirittura, durante uno degli ultimi scambi del film tra il personaggio di Adam Driver e quello di Bill Murray, il primo dice al secondo di conoscere il finale del film perché ha letto tutta la sceneggiatura scritta da Jim. Ma sarà davvero così? Nella vita non c’è più spazio per eventuali scarti? Non proprio. E il destino che attende i due somiglia molto da vicino a quello riservato al critico cinematografico in Lady in the Water di M. Night Shyamalan.

Insomma, dai vampiri eleganti ed affascinanti di Solo gli amanti sopravvivono, Jarmusch è passato ai bifolchi di provincia del Make America White Again. Gli animali impazziscono, i glitch imperversano su tutti gli schermi, gli orologi e i cellulari smettono di funzionare e il tempo si apre ad improvvise deviazioni dalla quotidianità. Così tutti i personaggi si trovano ad abitare uno spazio altro, una contemporaneità iper-semiotizzata in cui vige la regola della semplificazione. In tal senso, però, anche il film rischia più volte di trasformarsi in un contenitore privo di contenuti che facciano qualcosa di diverso dal rimandare al cinema del suo autore. Dalla reunion di volti fedelissimi alle strane voglie dei non morti (tra i loro desideri figurano caffè, xanax, wi-fi e smartphone), tutto urla il nome di Jim Jarmusch e degli omaggi al mondo del (suo) cinema.

La brutta conseguenza di questo gioco inter-testuale portato al limite consiste nel fatto che ad essere inficiata sia la forza del racconto, ridotto a mero divertissement di genere chiuso su se stesso. L’apertura c’è, come già detto, ed è affidata al personaggio di Tom Waits. Ma davvero bastano pochi minuti a riscattare un intero film? La risposta, ovviamente, dipende soltanto da voi.

Matteo Marescalco

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