L’angolo di Michele Anselmi

Confesso che non mi capitava da tempo di leggere un romanzo di oltre duecento pagine tutto d’un fiato, in un giorno. M’è successo con “Il bar di Cinecittà” di Walter Veltroni, appena uscito con HarperCollins (19.50 euro). Sento già qualche ironia nell’aria. L’ho comprato ieri dal mio edicolante con moderata convinzione, avendo però capito che l’infaticabile Veltroni, già mio direttore a “l’Unità” in anni lontani, particolarmente teneva e tiene a questo suo nuovo libro. Giustamente. Provo a spiegare perché.
Il titolo dice tutto, o molto: un po’ alla maniera di Ettore Scola, del resto spesso citato nelle pagine, l’autore adotta un posto reale, appunto lo storico bar di Cinecittà, per trasformarlo in un osservatorio quasi metaforico, in modo da mischiare piccole storie e Grande Storia, dentro un racconto che va dal 1937, l’anno in cui nacquero quegli stabilimenti cinematografici, al 1983, l’anno in cui proprio Scola lì girerà il suo atipico film “Ballando ballando” (tutto muto).
Ho la sensazione che Giovanni Diotallevi, il protagonista della vicenda, racchiuda molto di Veltroni: non il percorso borghese, politico e artistico, semmai una certa idea dell’esistenza, morbida ma non remissiva, oltre che la sua vorace passione per il cinema, variamente evocata nelle strizzatine d’occhio, nei riferimenti accurati, nelle frasi reali riutilizzate in chiave di verosimile finzione.
Due pagine finali, alle voci “bibliografia” e “ringraziamenti”, resocontano il gran lavoro di ricerca fatto dall’autore, il quale certo s’è molto impegnato per restituire, con acribia, quasi mezzo secolo di accadimenti legati a Cinecittà. Tuttavia direi che il meglio del romanzo stia altrove, cioè nelle pagine in cui Veltroni si libera dallo scrupolo cinefilo per lasciarsi andare a una vena narrativa più personale (in fondo era il difetto anche del suo primo film, “C’è tempo” del 2019, troppo infarcito di citazioni cinefile).
Essendo io marchigiano, so bene quanto il cognome Diotallevi sia diffuso dalle mie parti, meno in Umbria e nel Lazio: derivando esso dal prenome medievale di augurio “Dio ti allevi” riservato quasi sempre ai trovatelli accolti negli orfanotrofi. Naturalmente nel libro non ci sono “figli di nessuno”, Giovanni ha un padre e una madre premurosi, Cesare e Rosa, proletari con casa in via Urbana, allora non un quartiere per ricchi; ma una solitudine esistenziale sembra lambire il personaggio, che a sedici anni arriva in quel bar come garzone, grazie alla raccomandazione di un notabile fascista, e lì resterà, facendo a suo modo carriera, per tutta la sua vita.
Il romanzo è dedicato «a Ettore e Federico per quel pranzo a piazza Margana», sicché risulta subito a chiaro a tutti chi siano i due: Scola e Fellini. Due autori profondamente diversi, benché amici sin dai tempi del bisettimanale satirico “Marc’Aurelio”, che Veltroni si diverte continuamente ad evocare, anche a far apparire nel racconto; a sua volta, non a caso, intrecciato con la storia di Marcello Mastroianni, prima giovinetto vitalista e poi divo indolente per posa.
Per dire: il celebre dialogo tra Cesare e Romoletto è preso pari pari da “Intervista” di Fellini e trasportato ai tavolini del bar; e chi ha buona memoria riconoscerà in alcune parole usate, da «tosto» riferito al romanzo “I tre Moschettieri” a «più oltre» e «mica pizza e fichi», affettuosi omaggi a “C’eravamo tanti amati”.
Ma tutto ciò conta e non conta, a mio parere. Nella lunga scorribanda temporale, che parte dal fascismo in orbace per toccare via via le “Leggi razziali” (razziste), la guerra, i bombardamenti su San Lorenzo, la crisi di Cinecittà, il neorealismo e la cosiddetta “Hollywood sul Tevere”, fino al Sessantotto, la morte di Pasolini e il rapimento Moro, Veltroni in fondo non fa che distillare il suo rapporto con il cinema, i personaggi e i miti del cinema. Per fortuna stavolta scrive, a proposito di Cinecittà, «non so se sia, come si dice, la fabbrica dei sogni», rinunciando almeno in parte alla più trita delle definizioni.
Lo stile letterario è una storia a sé, questione di gusti. A mio parere alcune pagine indugiano troppo nelle descrizioni, altre risentono di una velocizzazione repentina. Ma si vede che Veltroni non “veltroneggia”, e anzi, come dicevo, sfodera il meglio di sé quando non appesantisce la vicenda con virgolettati (troppo lunghi) e spiegoni (a sfondo storico). Èi l caso della gita a Ostia, davvero ben scritta, pure toccante, che Giovanni offre all’amata sartina Mariuccia per il suo ventiduesimo compleanno. Lei non aveva mai visto il mare, pur abitando a Roma: sembra impossibile eppure ci credi.

Michele Anselmi