La Mostra di Michele Anselmi / 9
Aldo Braibanti fu anche mirmecologo, cioè un entomologo che studia le formiche. Per questo il nuovo film di Gianni Amelio, in concorso alla Mostra, si chiama “Il signore delle formiche”: titolo allusivo e un po’ misterioso per raccontare un caso giudiziario che ancora pesa come un macigno sulla coscienza nazionale. “Liberamente ispirato a fatti accaduti negli anni Sessanta” si legge sui titoli di testa, e certo Amelio e i suoi sceneggiatori Edoardo Petti e Federico Fava, pur studiando con cura gli atti del processo, si sono presi parecchie libertà, forse troppe, nel ricostruire, appunto, “il caso Braibanti”. Ma nome e cognome del protagonista restano, e bisogna riconoscere che Luigi Lo Cascio, a confrontarlo con le fotografie in bianco e nero dell’epoca, sfodera una somiglianza impressionante e non ne fa un intellettuale simpatico.
Chi era Braibanti? Emiliano di Fiorenzuola d’Arda, già partigiano torturato dai fascisti, in parte ebreo, iscritto al Pci, poeta, scrittore, drammaturgo e appunto mirmecologo, fu condannato nel luglio 1968 a nove anni di carcere, poi ridotti a sei in appello, alla fine ne scontò comunque due, sotto l’infamante accusa di “plagio”.
Fu possibile grazie all’articolo 603 del Codice Rocco, usato per punire “chi costringe qualcuno in suo potere”; sicché l’omosessuale Braibanti finì accusato di aver “plagiato”, nei fatti soggiogato e sessualmente corrotto, un suo giovane amico/allievo 23enne, Giovanni Sanfratello, che era andato a vivere con lui a Roma nei primi anni Sessanta.
La crociata nei confronti di quell’intellettuale irregolare e mite, sospettato “di pederastia in ambiente pseudo-artistico” (sic), portò Braibanti in tribunale nel giugno 1968 dopo un insensato arresto a ridosso del processo; quanto al giovanotto, prima rapito e narcotizzato, poi spedito in manicomio dove subì gran numero di elettroshock, non servì a nulla che egli avesse scagionato il “plagiatore”. Scontati quindici mesi di internamento fu dimesso, con una serie di clausole che fanno rabbrividire: dal domicilio obbligatorio in casa dei genitori al divieto di leggere libri che avessero meno di cento anni (nel film c’è una battuta in materia).
A quasi tre anni da “Hammamet”, Amelio affronta un altro esemplare episodio di storia italiana, naturalmente alla sua maniera, si direbbe quasi con spirito “alla Bellocchio”; non a caso il regista piacentino bene conobbe Braibanti, con lui collaborò e per lui manifestò dopo la condanna, figura tra i produttori del film insieme a Beppe Caschetto e Rai Cinema.
Il film, lungo 130 minuti, ha un andamento curioso, da andirivieni temporale: si parte a Roma nel novembre 1964, con il rapimento del giovane amante, ora ribattezzato Ettore Tagliaferri, per poi retrocedere al 1959 in Emilia Romagna, insomma agli anni dell’effervescente laboratorio artistico nel torrione Farnese di Castell’Arquato; di lì si passa direttamente all’arresto di Braibanti nel 1967, quindi al lungo processo, pochi mesi dopo, nel quale l’imputato, mal servito dal suo avvocato, definì quanto gli stava accadendo “lo specchio di questo Paese arrogante e retrivo”, per finire con il toccante incontro tra i due nella campagna emiliana, mentre sta per piovere e qualcuno prepara un palco per “Aida” (c’è un pensiero a Bertolucci, forse).
Sembra che Amelio ogni tanto parli anche un po’ di sé, pigiando nella ricostruzione, tra eventi pubblici e sentimenti privati, feste omosessuali e arringhe invereconde, temi a lui cari, omaggi cinefili, sottolineature politiche, anche, come scrive nelle note di regia, “il coraggio di ribellarsi all’ottusità della discriminazione”. Così ecco apparire Emma Bonino in primo piano, come la conosciamo oggi, a ricordare l’impegno dei radicali di Marco Pannella in quella battaglia di civiltà contro l’oscurantismo di Stato; ecco l’avvocaticchio calabrese comunista che detesta gli omosessuali e urla: “Le proteste si fanno per il Vietnam, non per gli invertiti”; ecco Braibanti ritratto quasi come Pasolini, a stabilire forse un legame tra le due vicende; ecco il torvo e monumentale Palazzaccio di Giustizia nel quale Orson Welles ambientò “Il processo”; ecco la languida “Sleepwalk” di Santo & Johnny a fare da refrain musicale; ecco gli echi del Sessantotto, tra striscioni, slogan per strada, chitarre e mobilitazione giovanile; ecco il poliedrico artista omosessuale toscano, ricco, famoso e vizioso, che fa pensare a Sylvano Bussotti…
Poi c’è il Pci. Sulle prime fu tiepido nel difendere Braibanti a causa delle sue tendenze sessuali, poi invece più convinto nel reagire alla bieca ondata reazionaria. E qui Amelio inventa un personaggio azzeccato, il giornalista Ennio Scribani, cronista di nera a “l’Unità”, che si ritrova a seguire il sottovalutato caso. Cappelluccio spiegazzato sempre in testa, come Walter Matthau in “Prima pagina”, il giornalista, bene interpretato da Elio Germano, diventa amico e confidente di Braibanti, respinge l’omofobia ancora diffusa nel partito, scrive articoli di fuoco sul suo giornale, prima di essere liquidato da un direttore occhiuto, ambiguo, talmente omofobo e antifemminista da risultare solo ridicolo (all’epoca a via dei Taurini c’era Maurizio Ferrara, padre di Giuliano, che firmò in prima pagina il 13 luglio 1968 un editoriale dal titolo inequivocabile: “Processo aberrante”).
Sul fronte degli interpreti, oltre ai già citati, si distinguono Leonardo Maltese, Anna Caterina Antonacci, Sara Serraiocco, Alberto Cracco e Anna Caterina Antonacci: incarnano rispettivamente il giovane Ettore, devastato dal manicomio e dall’emarginazione familiare; la diabolica madre che lo fece rapire e internare in manicomio; la cugina del giornalista, che si mette alla guida della protesta contro la bieca sentenza; il presidente del Tribunale, tanto mellifluo quanto retrogrado. Braibanti morì nel 2014. Dove vedere il film? Da giovedì 8 settembre nelle sale con 01- Rai Cinema.
Michele Anselmi