Presentato all’interno dell’ultima kermesse veneziana, è da poco uscito nelle sale italiane “Il Signore delle Formiche”. Il film, tra l’altro uno dei più interessanti dell’iniziativa “Cinema in festa”, è diretto da Gianni Amelio a oltre due anni di distanza da “Hammamet”. Come il lungometraggio dedicato agli ultimi anni di vita del leader socialista in esilio in Tunisia, anche la nuova opera del regista racconta, non a caso, un episodio che appartiene alla cronaca della storia italiana. “Il Signore delle Formiche” ripercorre un caso giudiziario di fine anni Sessanta, raccontando le vicende legali di Aldo Braibanti, poeta, scrittore teatrale e mirmecofilo. L’artista viene accusato di aver plagiato uno dei giovani allievi che popolano il centro culturale da lui gestito, rischiando oltre dieci anni di carcere a causa della loro relazione omosessuale. I due vengono separati dalla famiglia del ragazzo, che lo obbliga a internarsi in un manicomio e lo sottopone a numerosi elettroshock per cercare di curare la sua presunta malattia. Il film, alternando diverse linee temporali, racconta prima della nascita della relazione tra i due, per poi concentrarsi sul processo che vede imputato Braibanti e sul microcosmo di figure che gli gravitano attorno. La madre del protagonista, ma anche le proteste studentesche davanti al Palazzaccio a Roma e un giornalista, interpretato dal sempreverde Elio Germano, intento ad aiutare Aldo e a denunciare l’infondatezza del processo.
Il film convince e riesce nel suo chiaro intento di tracciare un ponte tra il passato e il presente, scegliendo di raccontare lo spaccato di un’Italia bigotta e retrograda per denunciare le ingiustizie che continuano a perdurare ancora oggi. L’intento politico della pellicola è chiaro e lo si evince dalla scrittura tagliente dei dialoghi delle riuscitissime scene ambientate nel tribunale romano. I giudici riescono a fatica a comprendere l’amore che lega Braibanti e il suo studente, usando addirittura la deposizione di quest’ultimo per avvalorare ancora di più l’ipotesi di plagio, una fattispecie giuridica utilizzata ad hoc per punire il protagonista e la sua relazione omosessuale. Luigi Lo Cascio si cala bene nella parte, così come Leonardo Maltese ed Elio Germano, e in generale la pellicola si caratterizza per una buona scrittura dei personaggi che offre la giusta introspezione quando necessaria. La fotografia e la regia del film sono sobrie ma riescono a sorreggere la scrittura della pellicola, vero e proprio fulcro dell’opera. Le scene ambientate al Palazzaccio sono riuscitissime e riescono a mettere in luce tutta l’ottusità dei giudici e degli avvocati, così come il fermento della società civile e di una certa parte della stampa che si schiera a difesa di Aldo Braibanti e, conseguentemente, della libertà di amare chi si vuole.
Purtroppo, però, la pellicola soffre di alcuni salti temporali che appesantiscono il montaggio, facendo risultare la durata generale forse un po’ troppo eccessiva, come nel caso di “Hammamet”. Stona anche la scelta di inserire, senza un reale motivo, un primo piano di Emma Bonino dopo la scena in cui un manipolo di giovani protesta contro la condanna ai danni del protagonista. È ovvio che la politica di Più Europa rappresenti un simbolo nella lotta contro le discriminazioni di genere, ma viene da chiedersi se non fosse già sufficientemente chiaro il parallelismo che il regista invita a tracciare tra le vicende di fine anni Sessanta e quelle di un’Italia che si appresta a eleggere il suo nuovo Parlamento. Il protagonista, così come le sue amate formiche quando rinchiuse nelle teche di vetro, è intrappolato da una società che non riesce ancora a parlare liberamente di amore, a tal punto da ricorrere ad un oscuro articolo del codice penale per punire una relazione considerata troppo scandalosa per i costumi dell’epoca. Viene da chiedersi cosa sia cambiato e cosa sia, invece, rimasto uguale. Forse questa è la reale intenzione dell’opera.

Gioele Barsotti