L’angolo di Michele Anselmi

Tornando da un incontro alla Casa del cinema nel quale Antonio Monda aveva parlato dell’America raccontata sul grande schermo dai registi europei, m’è venuta voglia di rivedere “Il cavaliere elettrico” (lo danno su Sky). Non l’avevo mai “sentito” in inglese, con sottotitoli, e per certi versi è stata una riscoperta. Girato nel 1978 e uscito l’anno dopo, il film segnò la quinta collaborazione tra Robert Redford e il regista americanissimo Sydney Pollack: non è un western in senso classico, anche se si parla di cowboy, cavalli e praterie.
Chi l’ha visto ricorderà: un ex campione di rodeo, incarnato appunto da Redford, allora 43enne, stanco di umiliarsi come “electric horseman” nel ramo della pubblicità, ritrova un po’ di dignità e ruba uno stallone da 12 milioni di dollari, maltrattato e drogato, per rimetterlo in libertà da qualche parte nello Utah. In fuga con lui, mentre la polizia si mobilita per beccarlo, un’ambiziosa giornalista, cioè Jane Fonda, allora 41enne e come sempre perfetta accanto a Redford: prima interessata solo alla storia da vendere in televisione, poi conquistata, anche sentimentalmente, dallo spirito di quel cavaliere libero e selvaggio.
Pollack è stato un grande regista, non sempre compreso dalla critica, e si vede che concepì “Il cavaliere elettrico” come una ballata romantica, anzi un omaggio alle radici americane del West, alla voce e alla faccia inconfondibili di Willie Nelson, pure attore, alla ribellione individualistica contro le ragioni di un capitalismo avido e arrogante incarnato da John Saxon (e dal suo riporto di capelli). Nell’andare a letto verso mezzanotte, mi sono chiesto: ma perché Hollywood non riesce a fare più film così? Al massimo ci tocca quel lesso “Ticket to Paradise” con la coppia stanca Julia Roberts-George Clooney.

Michele Anselmi