L’angolo di Michele Anselmi

“Siamo morti?” chiede uno dei quattro. “Né morti né vivi… sospesi nel tempo” replica l’uomo misterioso. Non rivelo nulla di speciale, a proposito del film di Paolo Genovese “Il primo giorno della mia vita”, perché tutto ciò avviene nel primo quarto d’ora. Il regista di “Perfetti sconosciuti” nella vita è anche scrittore, infatti questo nuovo film, nelle sale da giovedì 26 gennaio con Medusa, deriva da un suo romanzo, targato Einaudi e con lo stesso titolo, pubblicato nel 2018, prima dei funesti eventi, un doppio omicidio stradale, riguardanti il figlio Pietro.
Genovese, classe 1966, ama le storie corali, a tratti di commedia, preferibilmente circonfuse da un’aura malinconica, se non mesta, tendente al nero. S’era già visto con “The Place”, del 2017, ma lì c’era di mezzo un remake; con “Il primo giorno della mia vita”, titolo da leggere per metaforica antifrasi, il cineasta romano sembra riprendere il suo discorso sulla morte e la vita, sul lasciarsi andare o resistere (non userò quella brutta parolina alla moda), pure sulla ricerca della felicità, sempre che essa sia nelle nostre mani.
Il cinema ha trattato spesso questi argomenti, sin dai tempi di “La vita è meravigliosa” di Frank Capra; per stare più vicini a noi, vengono in mente film come “Il cielo sopra Berlino”, “Quattro fantasmi per un sogno”, “Non buttiamoci giù”, in parte “Momenti di trascurabile felicità”. Ma non penso che Genovese si sia ispirato, più di tanto, a dei cine-modelli. L’idea è di bluffare gentilmente, immergendo lo spettatore in una storia fantastica che maneggia l’argomento del suicidio per parlare della vita, prima che sia troppo tardi.
È una Roma notturna, rugginosa, dove piove quasi sempre, quella scelta per ambientare la vicenda. La quale si srotola nel corso di sette giorni, ciascuno scandito da una scritta: una sorta di limbo fisico e temporale offerto ai quattro personaggi appena raccolti per strada da una specie di angelo custode che gira per la capitale su una vecchia station-wagon Volvo e gestisce il polveroso hotel Columbia.
Chi sono? Valerio Mastandrea è Napoleone, un carismatico “motivatore” un po’ alla Recalcati; Margherita Buy è Arianna, una poliziotta che trascina l’esistenza nel ricordo della figlia sedicenne morta; Sara Serraiocco è Emilia, una ex campionessa di ginnastica finita sulla sedia a rotelle; Gabriele Cristini è Daniele, un ragazzino diabetico diventato “influencer”, su spinta dei genitori, mangiando dolci in quantità. Tutti sembrano averla fatta finita, il problema è vedere se, in quella settimana, sotto le cure del paterno sorvegliante, cioè Toni Servillo, ritroveranno o meno la voglia di tornare a vivere.
Il film, ben girato, lungo oltre due ore, con troppe musiche e canzoni in inglese per i miei gusti, è giocato in buona misura su un’intuizione estetico/visiva: il faticoso recupero di una corporeità (sensi, desideri, fame, sete) all’inizio azzerata. Per scelta dell’autore, il riflesso spirituale e religioso non mi pare contemplato in questa “favola” atipica, in bilico tra realismo e fantasia, crudezza e allegoria, tempo srotolato e riavvolto.
Certo gli attori molto si impegnano nell’aderire all’andamento psicologico e all’assunto morale del film, con il rischio di apparire un po’ sentenziosi, come cristallizzati nell’eloquio e nei gesti, inclusi gli altri variamente coinvolti nell’impresa: da Vittoria Puccini a Thomas Trabacchi, da Elena Lietti ad Antonio Gerardo, da Lino Guanciale a Giorgio Tirabassi. D’altro canto l’argomento è doloroso, delicato, anche rischioso da trattare; magari sarebbe servita una punta in più di leggerezza anglosassone.

Michele Anselmi