Si è da poco spento il Festival di Cannes e subito dopo la premiazione, come al solito, sono fioccate non poche critiche e polemiche. La 75esima edizione della kermesse francese è stata particolarmente osannata e festeggiata dalla stampa francese, la quale quando si tratta di lodare qualcosa di nazionale è sempre parecchio prodiga. È la conseguenza del mito della grandeur che qualifica i nostri cugini d’Oltralpe, i quali adorano incensarsi, a differenza degli italiani (che preferiscono parlar male di se stessi, retaggio della commedia all’italiana, dove gli eroi sono straccioni o protagonisti “brutti sporchi e cattivi”). A detta della stampa internazionale, si è trattato di una rassegna abbastanza mediocre, con poche sorprese e nessun colpo di fulmine. Settantacinque anni non sono pochi e si sentono. La realtà è che oggi la pandemia ancora in atto sta pesando non poco sullo stesso futuro del cinema: ai giovani appare più come una reliquia che un luogo da frequentare. Abituati da due anni a restare in casa e a diffidare della frequentazione collettiva, hanno disertato le sale e si sono riversati sulle piattaforme, da Netflix ad Amazon, con la conseguenza che la maggior parte di loro di tornare al cinema proprio non ci pensa. A nessuno piace stare due ore in una sala indossando una mascherina per timore di infettarsi. Ma non è solo questo il guaio, che si spera stia per scemare. Il problema vero è tra spendere una decina d’euro per vedere un film e spendere pochi centesimi dell’abbonamento alle piattaforme per vederne a iosa. Chiaro dove pende il pendolo. Che dire poi delle sale che chiudono una dietro l’altra? Quante ne sono rimaste a Roma, la cosiddetta capitale del cinema? E quante sono le città, specie le più piccole, rimaste senza neppure uno schermo? Meditate gente, meditate, direbbe il buon Arbore.

Roberto Faenza