L’angolo di Michele Anselmi

Provo a vedere “Fedeltà”, la miniserie italiana in 6 puntate che stanno dando su Netflix dal 14 febbraio, e mi scatta una domanda: non sarà che anche le piattaforme digitali, spesso così vivaci sul piano delle proposte straniere, soccombono di fronte al prodotto italiano? Non saprei dire dove sia il problema. So però che con “Fedeltà”, e certo altri titoli “made in Italy” in giro non solo su Netflix ma anche su Sky o Amazon Prime Video, il piattume tipico di tanto nostro cinema medio riaffiora imperioso e stagnante. Possibile che nessuno, messo davanti al materiale girato, abbia eccepito, controllato e consigliato?
D’accordo, le sale sono vuote, almeno per ora, e le piattaforme hanno bisogno di prodotto fresco, immagino con una quota nazionale da garantire. Ma “Fedeltà” l’avete vista? Alla base c’è il romanzo omonimo del 41enne riminese Marco Missiroli, edito da Einaudi nel 2019; il regista Andrea Molaioli, quello che si fece apprezzare con “La ragazza del lago”, ha girato quattro dei sei episodi dandosi il cambio con Stefano Cipani; produce la Bibi Film di Angelo Barbagallo, a lungo prestigioso e fedele socio di Nanni Moretti; firmano i copioni Alessandro Fabbri, Elisa Amoruso e Laura Colella (lo scrittore per fortuna non s’è fatto coinvolgere); il tutto sotto la supervisione di Eleonora “Tinny” Andreatta, che fu carismatica responsabile della fiction alla Rai e ora, approdata a Netflix, sembra aver portato la stessa sensibilità “generalista”, forse pensando che siano contenitori simili.
Chi ha visto, sa di che cosa parlo. Siamo a Milano, dove vivono apparentemente felici, Carlo Pentecoste e Margherita Verna, ovvero Michele Riondino e Lucrezia Guidone: lui, molto riccioluto e yé-yé, insegna scrittura creativa all’università, teorizzando alla maniera di Massimo Recalcati; lei, curve da pin-up e tacchi alti, fa l’agente immobiliare pur avendo studiato da architetta. Si amano, si piacciono, scopacchiano un po’ dappertutto, perfino nell’attico lussuoso e vuoto che vorrebbero comprare sottraendolo a due danarosi acquirenti.
La “fedeltà” c’entra, perché il prof è progressivamente turbato dalle confessione di una sua allieva, Sofia, cioè Carolina Sala, carina, sensuale ventenne, piena di talento letterario (forse quello che lui sente di non avere), mentre Margherita, annusando il tradimento del marito o qualcosa che gli assomiglia, impara a rilassarsi tra le virili braccia di un laconico fisioterapista, Andrea, incarnato da Leonardo Pazzagli. Insomma, avete capito. La domanda è: a scuotere nel profondo quella coppia affiatata sono solo malintesi, tentazioni, o c’è qualcosa di più insinuante?
Non ho letto il romanzo, sicché non saprei dire che cosa sia restato nella trasposizione televisiva. Ma siamo tra un libretto Harmony, una serie di Canale 5, una commedia di Fausto Brizzi e una punta di “Perfetti sconosciuti”, magari con un po’ di sesso in più, perché Netflix lo permette e comunque il tema quello è. Vedo che qualcuno, sui social, ha giustamente sfotticchiato la scena nella quale Carlo, a cena col suo editore, fa dipendere l’acquisto della costosa casa nel cuore di Milano dal tipo di contratto (se ti danno 8 mila euro per scrivere un romanzo è già grasso che cola).
Ma il problema di “Fedeltà”, e di tante altre serie più o meno simili realizzate per l’uso “on demand”, non sta lì, bensì nello stile convenzionale, nell’uso enfatico della musica, nel tono generale da soap-opera, nella fotografia sciatta, nel make-up esagerato sui volti delle attrici, nelle stentate battute del dialogo, negli artifici loffi del montaggio, nella recitazione generale, negli ambienti fasulli.
Tutto ciò può andare bene, forse, sulle reti Rai o Mediaset, frequentate da un pubblico agé che chiede la massima semplificazione, estetica e drammaturgica; ma Netflix dovrebbe esigere qualcosa di più e di meglio dagli autori italiani. O mi sbaglio?

Michele Anselmi