L’angolo di Michele Anselmi

La verità? Per circa una mezzora di film, a causa del sostanzioso e ben rifinito make-up, tale da renderlo davvero irriconoscibile, non avevo capito che lo Shakespeare di “All Is True” fosse Kenneth Branagh. Pensavo che avesse solo diretto questa curiosa cine-digressione sul crepuscolo del “Bardo” di Stratford-upon-Avon girata nel 2018, forse come sfizio personale, tra due titoli di forte impronta popolare, cioè “Assassinio sull’Orient Express” e l’ancora inedito, causa Covid, “Assassinio sul Nilo”.
“All Is True” uscì velocemente nella sale italiane, col titolo “Casa Shakespeare”, il 4 luglio 2019, e pochi ne parlarono, o se ne parlarono fu per dirne male. A me invece sembra riuscito, da riscoprire: lo si può vedere su Netflix, se possibile in inglese coi sottotitoli, per ovvie ragioni. Perché Branagh, che passa a torto o a ragione per il nuovo Laurence Olivier sin dai tempi dello shakespeariano “Enrico V”, da lui diretto e interpretato, sceglie un punto di vista particolare, direi fintamente “casalingo”, per raccontare gli ultimi tre anni di vita del sommo drammaturgo e poeta (1564-1616).
D’accordo, sulla reale identità di William Shakespeare si dividono ancora esperti e studiosi, ma la sceneggiatura di Ben Elton non entra nel merito della “querelle” storica, preferendo partire da una data precisa: il 1613. Schiantato psicologicamente dall’incendio che ha distrutto il suo Globe Theatre a Londra, durante le repliche di “Enrico VIII”, Shakespeare decide di mollare tutto e di non scrivere più nulla. Eccolo quindi, all’età di 49 anni, tornare nella sua sontuosa magione di campagna a Stratford, accolto con freddezza dalla famiglia a lungo dimenticata: la moglie più anziana Anne, le figlie Judith e Susanna, l’una zitella e furente, l’altra infelice e mal maritata. L’unico figlio, Hamnet, gli fu portato via dalla peste nel 1596, a 11 anni, e ora di fronte alla sua tomba il drammaturgo rimpiange di non essergli stato vicino per assecondarne il talento poetico. Ma le cose saranno davvero come sembrano?
Sotto quel trucco che restituisce una certa iconografia classica, Branagh arpeggia sui temi della vecchiaia, della creatività, del rimpianto, della paternità, lasciando che il suo “Will” cerchi un sollievo impossibile nella coltivazione di un giardino da dedicare al figlio. E intanto, quasi in una chiave di psicodramma familiare, vengono a galla risentimenti, menzogne e non detti, perfino una passioncella omosessuale a lungo repressa.
Paesaggi verdeggianti ispirati a quadri illustri, interni a lume di candela (letteralmente), cura estrema nei costumi e negli arredi: Branagh sembra cercare la massima “verità” nel restituire i primi anni del XVII secolo e insieme si diverte, a partire dal titolo, a giocare tra fedeltà e invenzione. Ne esce un film strano, malinconico, certo imperfetto, ma che mostra l’altra faccia del “genio”, e insieme svela i guasti provocati dal fanatismo puritano, dall’inveterato maschilismo nei confronti delle donne, dalle tentazioni della fama. Nel cast ci sono anche Judi Dench e Ian McKellen, forse un po’ troppo ringiovaniti (l’una è del 1934, l’altro del 1939), ma in fondo intonati alla partitura shakespeariana. I versi struggenti che ascoltiamo nel finalissimo, “Fear No More”, sono tratti da “Cimbelino”, 1609.

Michele Anselmi