L’angolo di Michele Anselmi

Ringrazio volentieri, senza tanti giri di minuetto, Ciro D’Emilio, regista e sceneggiatore, classe 1986, da Pompei. Un suo film, il secondo dopo “Un giorno all’improvviso”, è da giovedì scorso nelle sale italiane con Vision Distribution: si chiama “Per niente al mondo”, protagonista Guido Caprino. Trovate la mia recensione in un post di poche ore fa su Facebook e su Cinemonitor. Dopo averla letta, il regista campano, che non conosco personalmente, mi ha subito scritto su Fb, senza prendersela per alcuni rilievi critici, non di poco conto ma certo discutibili come tutto, che espongo nel mio pezzo.
Scrive il regista: “Ciao Michele, grazie per la recensione. Quando avremo occasione, sarebbe importante per me confrontarmi con te e con i tuoi colleghi per aprire un dialogo su temi e argomenti. Questo potrebbe avvalorare molto gli obiettivi e i risultati al di là di noi che facciamo questo mestiere. Grazie ancora per l’invito in sala, sempre importante, al di là di tutto. Un forte abbraccio”.
Touché. Capita di rado di ricevere, pubblicamente, una letterina così civile, per nulla risentita, volta a stabilire un contatto professionale nel rispetto (scusate l’assonanza) dei rispettivi ruoli. Qualche mese fa scrissi un fortunato articolo nel quale, senza fare nomi e cognomi, essendo alcuni degli interessati nel frattempo scomparsi, raccontai i miei rapporti a volte tribolati, per non dire ulcerati, con quei registi, sceneggiatori e attori i quali, a causa di qualche mia recensione considerata offensiva o sbrigativa, mi hanno tolto il saluto negli anni, letteralmente.
Intendiamoci: se dal critico arrivano lodi, che abbia ragione o no, fioriscono spesso ringraziamenti e cordialità; ma se il critico esprime dubbi, non dico stroncature, allora è tutta un’altra musica. Il risentimento spesso dilaga, specie se il film non ottiene in sala il successo sperato (se va bene sono tutti meno permalosi).
Ciro D’Emilio invece accetta, magari senza essere per nulla d’accordo, alcune mie corpose perplessità sulla sceneggiatura e sulle svolte drammaturgiche imposte alla vicenda ambientata nel Nordest; non prende affatto cappello e anzi propone una sorta di confronto tra cineasti e cine-scribi. Magari ha ragione lui o magari io, vai a saperlo. Mi pare comunque una cosa buona, positiva, anche la testimonianza di una possibile riflessione comune, senza anatemi, su temi estetici e stilistici. Di sicuro capace di mettere una pietra sopra al brutto episodio recente che ha visto protagonista a Venezia, purtroppo, Gianni Amelio.
Ricorderete: il bravo cineasta calabrese, presentando “Il signore delle formiche”, ha apostrofato pesantemente il critico Fabio Ferzetti per quanto da lui scritto due anni e mezzo fa a proposito di “Hammamet” in una recensione per “l’Espresso” intitolata “Un grande Favino, un piccolo film”. Titolo forte, non ci piove, ma non “ignobile”. Ecco, aggettivi simili, nei rapporti pur comprensibilmente vivaci tra artisti e critici, sarebbe meglio metterli da parte.

Michele Anselmi