“È un omicidio di natura mafiosa e politica. La storia della mafia che aiuta i più deboli è una falsità. La mafia porta fiumi di denaro nelle mani di pochi e trova in una certa politica un certo alleato” così l’attore che interpreta il nostro attuale Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, risponde a Pietro Grasso, allora PM, che lo interroga sull’omicidio di suo fratello Piersanti, trucidato bestialmente il 6 febbraio 1980 in auto davanti agli occhi della moglie mentre si accingeva ad andare a messa senza la scorta, considerato come il delitto politico più grave dopo quello di Moro.

Presentato in streaming gratuito su CG Premiere, “Il delitto Mattarella” è una pellicola diretta da Aurelio Grimaldi e realizzata in collaborazione con Cine1 Italia, con l’intento di commemorare la figura di Piersanti, fratello del nostro attuale Presidente della Repubblica e, al tempo dei fatti, Presidente della Regione Sicilia, omaggiando i valori di tutta la sua intera famiglia vittima di mafia e ricostruendo i fatti storici antecedenti al barbaro assassinio seguendo il filone investigativo delle indagini curate da Giovanni Falcone ed individuando negli stretti intrecci tra mafia, politica, Nar e servizi segreti deviati i mandanti dell’assassinio.

Costruito come una docu-fiction con l’ausilio di una voce fuori campo e con immagini di repertorio delle testate siciliane, “Il delitto Mattarella” è un ritratto drammatico e già tristemente noto della Sicilia nell’Italia di Sandro Pertini, dei Partiti-Chiesa della Prima Repubblica, delle figure più rappresentative della DC da Aldo Moro, a Giulio Andreotti, allora segretario del partito, e, chiaramente, di Piersanti Mattarella.

È un film di denuncia della “corruttela” tipicamente italica, quindi non di uno Stato di diritto, non di una Repubblica sempre con quel “partigiano come Presidente”, ma di un retaggio di un Regno, dove vigono altri codici e altre regole di comportamento e si obbedisce ora al re, ora al boss, ora al sultano, ora all’imperatore o al dux di turno, che comanda, ossequiamente, senza tradire “Vostra Signoria” pena quel famoso pollice, di romana memoria, rivolto verso il basso, che nella Repubblica italiana, nata su una terra, che ha edificato Imperi e Regni, ha condannato molti personaggi “ribelli”, sin dalle sue origini storiche, come il filosofo Giordano Bruno e il regista di “Salò o le 120 venti giornate di Sodoma”, per citare soltanto alcuni “casi italici”.

Secondo la versione dei fatti che emerge dalla pellicola, Piersanti Mattarella era già scomodo agli equilibri di potere interni alla DC, ma a decretare la definitiva condanna a morte dell’allora Presidente della Regione Sicilia, fu l’apertura fatale al PCI, anche, soltanto, favorendo le dimissioni dell’assessore Augello ai lavori pubblici, che voleva concedere un appalto scolastico a sei finte società amministrate da prestanomi riconducibili a Renato Spatola, indagato per Mafia e avallando le richieste di quel partito di catto-comunisti su cui vigeva nelle istituzioni italiane la convention ad exscludendum, frutto dell’Alleanza Atlantica.

Ora, in tempo di Covid, al tempo della “bestia biblica”, nel limbo tra il potere dell’Aquila e quello del Drago, schiacciati dalle superpotenze economiche, in uno Stato della Repubblica italiana, appartenente alla Nato, non abbiamo più un “partigiano come Presidente”, ma il fratello di “uno sbirro spione”, barbaramente ucciso dal Regno italico, garante di uno dei dettati costituzionali più rappresentativi dei valori democratici, ma spesso umiliato e deriso dalle mafie con altri idiomi e regole.

Alessandra Alfonsi