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Il delta del Po come una Louisiana triste. Vicari fa una serie tv

L’angolo di Michele Anselmi 

“C’è sempre un motivo per sparire”: parla così l’Alligatore, al secolo Marco Buratti, il detective per caso nato dalla penna di Massimo Carlotto e ora protagonista di otto episodi televisivi diretti da Daniele Vicari (pure “supervisore artistico”) insieme a Emanuele Scaringi . La serie, prodotta da Fandango e RaiFiction, è da ieri consultabile su Rai Play, poi dal 25 novembre arriverà su Raidue, divisa in quattro serate di circa 110 minuti l’una.
Chi è l’Alligatore? È uno scorticato musicista padovano il cui nomignolo viene dalla band nella quale suonava un tempo, gli “Old Red Alligators”. Il giovanotto ama il blues, suona il blues e un po’ vive da bluesman, come se il delta del Po fosse il delta del Mississippi.
Per essere bello è bello, infatti l’incarna l’ex modello veronese Matteo Martari, classe 1983, fisicamente un mix tra il Matthew McConaughey di “Mud” e il Johnny Depp di “Donnie Brasko”, ma viene da pensare anche a un giovane Jorma Kaukonen e un po’ a Che Guevara. Piace alle donne, anche se una l’ha fatto soffrire, sussurra parole smozzicate, trangugia Calvados come fosse aranciata, ascolta i blues di Ida Cox, gira con un vecchio giubbotto di pelle che più liso non si può, una coppola in testa e una scalcinata Skoda, soprattutto si mette nei guai senza volerlo. A suo modo un “anfibio”, che adora la nebbia e l’umidità, e infatti Vicari vede questo Veneto paludoso come una sorta di “Louisiana triste”. Vabbè.
Ho visto i primi due episodi, intitolati “La verità dell’Alligatore”, e naturalmente la storia viene presa un po’ alla lontana: si risale a sette anni prima, quando il giovanotto venne incastrato da un bieco poliziotto e finì in gattabuia per non aver denunciato l’amico amico reporter che indagava su strani allevamenti di bestiame, Uscito dal carcere, dopo una sbronza micidiale a Nizza, l’onesto ribelle si ritrova contattato a Padova da una formosa avvocata che sta cercando un suo cliente scomparso nel nulla. L’Alligatore aveva conosciuto in carcere quel Magagnin, tossico patentato, e adesso si mette alla sua ricerca con l’aiuto di un altro ex carcerato, tal Beniamino Rossini, dal grilletto facile, uno da vecchia mala milanese, che si tinge baffi e capelli per far colpo su una ballerina del ventre (lo incarna Thomas Trabacchi).
Insomma, avete capito il clima: da un lato un mondo marginale ma simpatico, tra tatuaggi, parole smozzicate, battute ciniche, meccanici in semilibertà, belle cameriere sulle note di “Wild Women Don’t Have the Blues”; dall’altro l’avida società padovana che conta, riunita nella Loggia dei Cavalieri, che fa affari sporchi, gestisce il potere vero e quando serve fa uccidere i testimoni scomodi.
È lo stesso Carlotto a firmare le sceneggiature, insieme a Laura Paolucci e Andrea Cedrale, in buona misura tratte da alcuni dei suoi romanzi incentrati sulla figura dell’Alligatore: e quindi anche “Il corriere colombiano” e “Il maestro di nodi”. Le musiche blueseggianti di Theo Teardo e il sottofondo esistenziale da noir livido e lutulento, con un po’ di sesso ma non troppo, fanno di “L’Alligatore” una serie rivolta a un pubblico giovanile, diverso da quello di “Rocco Schiavone” o “Petra”, solo per dirne due.
Echeggiano dialoghi del tipo: “L’hai ucciso?”, “No, gli ho fatto un ricamino”, la fotografia è molto cinematografica, l’intreccio giallo conta poco rispetto all’atmosfera generale, con pretese “cool”, da romantiche anime perse a un passo da acquitrini reali e metaforici.
Come sempre, se piace il genere, bisognerà dare allo spettatore il tempo di affezionarsi al fascino laconico del bluesman-investigatore. Per adesso un’ombra di “manierismo veneto” grava sul tutto, come se Vicari non sapesse decidersi bene, per restare a un certa idea cinematografica del Nord Est veneto, tra il mondo di Carlo Mazzacurati e quello di Alessandro Rossetto.

Michele Anselmi

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