“Il divin codino”, film di Letizia Lamartire ispirato alle reali vicende di vita vissuta dal mito del calcio italiano, Roberto Baggio, avrebbe potuto essere un esperimento fallace su più fronti, sia su quello concettuale e strettamente legato alla narrazione, sia sul fronte estetico pur essendo un prodotto più tele che cinevisivo. Il film non è uscito nelle sale, ma direttamente in esclusiva sulla piattaforma più nota di tutte – Netflix – tuttavia nella produzione c’è lo zampino di Mediaset, Fabula produzioni e dei suoi giovani produttori, Nicola e Marco De Angelis, già responsabili della realizzazione delle tre stagioni di “Baby”.

Se però nella serie Netflix sulle baby-squillo i risultati erano spesso altalenanti tra il deludente e l’imbarazzante, il lavoro svolto con “Il divin codino” finisce per convincere in quasi ogni suo elemento. A partire da Andrea Arcangeli, l’attore protagonista, e i makeup artist che gli hanno permesso di somigliare incredibilmente a Baggio, alla sceneggiatura di Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo che si impegna a tratteggiare un ritratto biografico, ma al tempo stesso mai pregno di eccessi agiografici. La fotografia di Benjamin Maier, seppur patinata, adotta delle scelte stilistiche sognanti, nebulose, appropriate al racconto di crescita, fallimento e redenzione che viene intrapreso nell’arco narrativo della storia di Baggio, trovando infine il suo perno e climax – anche se non concomitante col finale del film – nel famigerato tiro di rigore fallito ai mondiali ’94 contro il Brasile.

In definitiva “Il divin codino” è la prova che, di tanto in tanto, anche le produzioni italiane destinate al piccolo schermo riescono ad ottenere gli effetti sperati e un taglio più ricercato. Per quanto concerne le tappe nella carriera calcistica di Baggio, nel racconto filmico, se ne saltano molte a piè pari, proprio per dare più tono intimista e spazio a quelli che sono gli aspetti personali della leggenda del calcio – a partire dalla sua numerosa famiglia, il padre “severo ma giusto” Florindo (Andrea Pennacchi), la compagna di una vita Andreina (Valentina Bellè), l’amico fiorentino che lo ha iniziato al buddhismo, Maurizio Boldrini (Riccardo Goretti). Non ci si aspetti, quindi, un lavoro di docu-fiction, ma piuttosto un sogno lucido e malinconicamente nostalgico di un’epoca – anni ’80 e ’90 – in cui la conquista dei propri sogni era ancora un terreno fertilissimo.

Furio Spinosi