L’angolo di Michele Anselmi 

Trovo Kim Rossi Stuart un attore complesso, un regista interessante, un uomo tormentato (per i dolori inferti e patiti). Il suo progressivo ma non fanatico avvicinarsi alla fede cattolica me lo rende ancora più simpatico, benché io appartenga all’altra parrocchia, quella protestante. “Penso che ci sia tanto di buono, tanto tanto di buono, nel cristianesimo e per questo indago” ha confessato in una densa intervista a “7”, dopo essere stato fotografato durante un pellegrinaggio a Medjugorje.
Da oggi, giovedì 20 ottobre, è nelle sale con Vision Distribution, produce la Palomar di Carlo Degli Esposti, il suo terzo film da regista. Si chiama “Brado”, e naturalmente la parola custodisce un doppio significato: chi pascola allo stato brado, libero e quasi selvatico, non è solo un cavallo di cui si parla, ma anche uno dei due protagonisti, Renato, interpretato dallo stesso Rossi Stuart. Il film, che nasce da un racconto del libro “Le guarigioni” scritto dal regista/attore, è in buona misura autobiografico, benché la storia, reinventata con lo sceneggiatore Massimo Gaudioso, peschi in una “cognizione del dolore” dai tratti universali, almeno mi pare.
Siamo nella campagna tra Toscana ed Emilia Romagna, in una specie di sgarrupato ranch che un tempo fu florida scuola di equitazione, appunto chiamata “Il brado”. Ma ormai tutto cade a pezzi, staccionate incluse, il gestore Renato è diventato un uomo astioso e misantropo, con un avambraccio ingessato e la schiena a pezzi. Ha provato a domare Trevor, un purosangue “un po’ ombroso” comprato per pochi euro, e il risultato è stato disastroso.
Il figlio 23enne Tommaso, che fa il muratore “acrobatico” e guadagna bene, non avrebbe nessuna voglia di rivedere il padre, da cui tutto o quasi lo divide, sebbene sia cresciuto insieme alla sorella Viola in quella remota fattoria, lontani tutti e tre dalla mamma sciroccata. Ma, complici alcune giorni di vacanza e una situazione sentimentale bruciante, il giovanotto raggiunge controvoglia il genitore, e all’inizio, come da manuale, sono scintille tra i due. Quando lo scorbutico ranchero chiede al figlio di rabbonire il cavallo, nella speranza di montarlo e addestrarlo, qualcosa cambierà: ma ci vorrà tempo e pazienza, perché gli uomini sono un po’ come i cavalli.
Parafrasando il titolo di un bel film di Robert Redford, potrei ribattezzare “Il figlio che sussurrava ai cavalli” questa storia all’aria aperta, tra fango, letame e paglia, che Kim Rossi Stuart, memore di esperienze infantili, costruisce su misura per sé e il giovane attore Saul Nanni, una rivelazione che spero non passerà inosservata ai prossimi premi di cinema italiani. D’altro canto Renato, in una battuta del film definito “il Clint Eastwood dei poveri”, s’inserisce in una classica tradizione di padri scorticati, solitari e bizzosi, dediti ad alzare il gomito, pure a vivere nella sporcizia, almeno fino a quando non troveranno la forza di redimersi. E qui, in una chiave da psicodramma familiare, entra il gioco il rapporto mai stato davvero facile con il figlio: nella vita pragmatico e fattivo, equilibrato.
Nel film, lungo quasi due ore, ben fotografato a luce naturale da Matteo Cocco e musicato con parsimonia minimalista da Andrea Guerra, succedono molte cose, alcune davvero strazianti, a tratti insostenibili (lo dico per preparare lo spettatore), in un alternarsi di scenate e sorrisi, depressioni e conquiste, parolacce e lacrime. Volendo, “Brado” può essere visto come un seguito di “Anche libero va bene”, esordio registico di Rossi Stuart, 2006, dal quale si riprendono nomi e personaggi, quasi a chiudere una trilogia, proseguita con l’irrisolto “Tommaso”, a suo modo incentrata sul rapporto non facile che intercorse tra il regista e suo padre Giacomo.
Ma l’autobiografismo, certo presente, sembra allargarsi a una riflessione più ampia sui temi della crescita, dell’amore paterno, di un certo virilismo esibito; anche del rude sistema “pedagogico” teorizzato da Renato, uno che si sente Dio nel determinare la vita e la morte di chi gli sta attorno e irride chi ha trovato la fede o va a Medjugorje (“’Ste cazzate per gente debole”).
Come regista, Kim Rossi Stuart cavalca il materiale umano con buon senso dello spettacolo, divertendosi a piazzare qualche citazione western ma senza esagerare, lasciando che il suo Renato recuperi dignità e onore nel corso della vicenda, sotto lo sguardo del figlio, oltre che dell’ex moglie, della figlia e di una verace cowgirl rispettivamente incarnate da Barbora Bobulova, Federica Pocaterra e Viola Sofia Betti.
Sui titoli di coda echeggia una ballata country intitolata “Old Cowboy Song”, non la conoscevo, a dirla tutta sembra scritta e registrata qui in Italia, ma anche fosse va bene lo stesso. Non stona affatto.
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Michele Anselmi