La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor / 6

«Tratto da una storia inspiegabilmente vera» si legge sulla locandina di “La città dei vivi”. In effetti la fine è nota, e fu storia assai cruenta e feroce, come chiunque ricordi la tragica vicenda del 23enne Luca Varani, avvenuta nel marzo 2016, poi finita in un romanzo-reportage di Nicola Lagioia e adesso in un film di Edoardo Gabbriellini, passato oggi in Orizzonti alla Mostra.

La fine è nota ma scelgo di non raccontarla in dettaglio, perché un film è un film, devi farsi vedere (uscirà il 1° ottobre nelle sale) da spettatori che possono non sapere nulla di quel crudele fatto di cronaca nera legata a due biechi omosessuali in cerca di emozioni “forti”.

D’altro canto il 51enne livornese Gabbriellini, lanciato come attore da Paolo Virzì ai tempi di “Ovosodo”, quasi trent’anni fa, sembra poco interessato ai retroscena e alle dinamiche investigative. Dice: «Questo film non offre alcuna spiegazione per la tragedia, nessuna intuizione e nessuna teoria sugli adolescenti o sulla società di oggi. È un racconto di formazione interrotto. La distanza dai personaggi segue quindi un criterio che definirei pudico. Non c’è violenza esplicita in nessun movimento e in nessuno sguardo. Solo tenerezza».

In effetti il regista applica al suo racconto un linguaggio naturalistico e insieme stesso lirico, provando a sottrarsi, e spesso ci riesce, a certi cine-cliché sulla Roma di periferia con i suoi quartieri marginali, dove la povertà giovanile diventa facile preda di perversioni criminali.

L’incipit è potente. «L’adozione è una, i bambini sono tre» fa il medico di Sarajevo a una coppia romana che non ha avuto figli. I due, Giuseppe e Silvana, scelgono il bimbo in mezzo e subito dopo lo vediamo nei suoi vent’anni: si chiama Luca, è bello, alto, spavaldo, ha una fidanzata, Marta, che fa la cameriera in un ristorante e molto lo ama, riamato. I due progettano di andare a vivere insieme, ma i soldi non ci sono, Luca non ha voglia di studiare e c’è poco da guadagnare lavorando insieme al padre ambulante che gira con un furgone pieno di dolci.

Un incontro alla stazione Termini con un coetaneo capellone che ai tempi di Pasolini avremmo definito “un ragazzo di vita” trasporta Luca in un giro rischioso di gay viziosi e cocainomani. Lui sta al gioco solo per rimediare qualche centinaio di euro, non sa che l’appuntamento mercenario del 4 marzo 2016 nasconde altre mire…

La Storta, Pietralata, Collatino… Il centro di Roma quasi non si vede in “La città dei vivi”, salvo Termini, a descrivere un mondo giovanile né buono né cattivo, dove convivono buoni sentimenti e malefiche scorciatoie. Avviato sul piano inclinato della tragedia, il film, fotografato con cura da Amine Messadi, è randagio, onesto, realistico nelle scene di sesso tra Luca e Marta, non spiega ciò che forse è inspiegabile (ma io avrei fornito qualche dettaglio in più). Il sottofinale con i quattro a tavola è un pezzo di buon cinema, mi chiedo solo se ci sia oggi un pubblico per una storia del genere. Bene interpretata da Emanuele Maria Di Stefano, Gaia Merlonghi, Valerio Mastandrea, Simona Senzacqua e Roberta Mattei, rispettivamente nei ruoli di Luca, Marta, i genitori di lui e la mamma di lei.

PS. Da nessuna parte appaiono i nomi degli sceneggiatori, come se il film si fosse scritto da solo. Leggo unicamente «liberamente tratto dall’opera letteraria “La città dei vivi” di Nicola Lagioia». Perché? Che cosa c’è dietro questa vistosa anomalia? Semplice: i fratelli D’Innocenzo, autori della sceneggiatura originaria, hanno tolto la firma in segno di polemica, non riconoscendosi nel film finito.

Michele Anselmi