La Mostra di Michele Anselmi | 10

“Attieniti al piano, anticipa l’avversario, non improvvisare mai” teorizza il sicario perfetto incarnato da Michael Fassbender in “The Killer” di David Fincher, uno dei film in concorso più attesi della Mostra. Anche questo è targato Netflix: si vedrà sulla piattaforma dal 10 novembre dopo una simbolica (fasulla) uscita nelle sale italiane. L’uomo non sbaglia mai un colpo, ne ha già uccisi un migliaio nel corso della sua onorata carriera, ma stavolta qualcosa va storto a Parigi: una escort “dominatrice” si piazza all’improvviso davanti al bersaglio preso di mira dalla finestra di fronte e tutto va a puttane. L’assassino deve scappare in gran fretta e quando arriva a Santo Domingo, dove vive insieme alla fidanzata, troverà una brutta sorpresa. L’unica cosa che gli interessa fare, a quel punto, è vendicarsi degli ex committenti.

Era dal 2020, con il sofisticato “Mank”, che Fincher non girava un lungometraggio. Questo è stato scritto dal fedele Andrew Kevin Walker, prendendo spunto da una graphic novel francese intitolata “Le tueur”. L’assassino a pagamento, metodico, lucido, che non lascia nulla al caso, è un classico del cinema, non solo americano, e certo grandi attori si sono divertiti a calarsi in quei panni: da Edward Fox a Walter Matthau, da Alain Delon a John Malkovich, eccetera. Fassbender si inserisce agevolmente nella famiglia, con il suo fisico asciutto, il cappellino “da turista tedesco”, la padronanza della tecnologia digitale e la mira implacabile. La differenza, rispetto ad altri film del genere, è la quieta voce narrante del protagonista, che scandisce i sei capitoli e l’epilogo della storia violenta.

Fincher è regista che molto s’interroga sulle forme della messa in scena e lo stile da adottare in relazione alle vicende narrate. Qui sceglie un’impaginazione classica ma non banale, dentro una sorta di racconto amorale e cinico che assume in tutto e per tutto il punto di vista del sicario; e si sa che quando entrano in gioco sentimenti di personale “revenge” basta poco per fare cavolate.

Uno vede “The Killer” di Fincher dopo “Adagio” di Sollima e capisce la differenza che c’è tra talento e mestiere, anche se il regista di “Seven” ha fatto sicuramente di meglio. Questo sembra una vacanza su commissione, diciamo “un contratto” da onorare, e tuttavia i 120 minuti passano senza mai guardare l’orologio, con citazione finale da “Bruges” nella filosofica chiacchierata al ristorante tra Fassbender e la sofisticata “collega” Tilda Swinton, più riferimenti vari a Braccio di Ferro e John Wilkes Booth (l’assassino di Lincoln).

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Considero la francese Léa Seydoux un’attrice unica: per bellezza e bravura, pure audacia ed eclettismo, sicché non perdo mai un suo film (al maschile vale con l’irlandese Brendan Gleeson). Alla Mostra c’è, in concorso, “La bête” del nizzardo Bertrand Bonello, acquistato per l’Italia da I Wonder Pictures. Dura troppo, 146 minuti, e si fatica a capire tutto, benché alla base del copione scritto dal regista ci sia un racconto di Henry James, “La bestia nella giungla” (1903). Ma Bonello si distacca subito dalla pagina scritta per impaginare complicato andirivieni temporale, tinteggiato di fantascienza, che prende come spunto i rischi della cosiddetta intelligenza artificiale. In realtà non di denuncia in senso stretto si tratta, se non nei titoli di coda, dove appare un enorme QRCode con due scritte (sopra “Générique”, sotto “Scan Me”).

Il film è in buona misura un melodramma sulla paura di amare, s’intende cervellotico e dolente, che parte dal 2044, esiste una macchina che “ripulisce” il Dna, per muoversi nel tempo (il 1910, il 2014, il 1980, il 1963…) in modo da mostrare le diverse incarnazioni dei due personaggi principali: la parigina Gabrielle e l’anglofono Louis. La “bestia” in questione è un oscuro senso di minaccia che grava sull’esistenza della giovane donna e le impedisce di lasciarsi andare, di liberarsi davvero. Presagi di morte, come inondazioni, incendi, investimenti, piccioni, bambole, pistole, incombono sulla coppia, e del resto Gabrielle non fa mistero del suo cruccio: “Ho passato la mia vita a pensare cose terribili”.

Secondo Bonello “il film è il ritratto di una donna che diventa quasi documentario su un’attrice”, cioè Léa Seydoux. Non saprei dire se sia così. Ma lei è davvero prodigiosa nel districarsi tra le contorsioni estetiche/estetizzanti del regista, restituendo un timbro di infelicità universale sotto ogni parrucca che indossa; e anche lui, l’inglese George MacKay, risulta cangiante, ora amoroso e saggio, ora immaturo e pazzoide.

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Preferisco invece non spremere le meningi per provare a capire “Die Theorie von Allem” ovvero “La teoria del tutto”, terzo titolo in concorso, debutto nel lungometraggio del tedesco Timm Kröger. Sarà pure, nelle intenzioni, un film “hitchcockiano” con tanto di musica alla Bernard Herrmann, ma è anche la dimostrazione di come certi copioni astrusi possano dare alla testa. Suspense zero in questa storia che pure, partendo da un convegno di fisici quantistici nella Svizzera  del 1962, allude a oscure forme di energia distruttiva custodite dal ventre di una montagna, forse al nazismo e alla tragedia dei campi di sterminio. Il giovane fisico Johannes si agita in preda a intuizioni, ricordi e incubi, alla ricerca di una certa Karin che pensa di aver visto suonare il pianoforte in quell’hotel. Tutto in bianco e nero, incipit a parte: la moda del momento. La cronaca registra intensa sonnolenza all’anteprima per i critici.

Michele Anselmi