“Io non ho mai amato. Allora impariamo insieme”. Imparare è il verbo che racchiude il film “Martin Eden” di Pietro Marcello del 2019, ma riproposto da Netflix il 4 marzo 2021. Imparare vuol dire fare propria una serie di cognizioni per mezzo dello studio e/o tramite l’esempio altrui. Tutto ciò che è racchiuso in tale significato è ciò che caratterizza Martin il quale, in seguito ad un fortuito caso, riesce ad affacciarsi alla realtà della cultura nettamente distante dalla propria. Egli vuole imparare a vivere una nuova vita, vuole imparare a conoscere e a guardare oltre il proprio orizzonte, vuole imparare la conoscenza della classe borghese. La sua posizione sociale legata al proletariato non è un buon trampolino di lancio, anzi, una volta entrato in contatto con la cultura si ritroverà in un limbo non definito, ovvero essere rifiutato dai suoi simili in quanto “non più simile a loro” ed essere respinto dalle classi sociali elevate per cui è un estraneo. La vita di Martin Eden può essere segmentata in tre fasi: la miseria, la riuscita, la follia.

La prima fase, legata alla miseria, corrisponde alla vita da marinaio, ma anche all’identità più vera di Martin, perché la speranza e la volontà di ribalta rendono il protagonista sempre “pulito” verso la sua coscienza. La sceneggiatura e le inquadrature del primo Martin sono prevalentemente caratterizzate da triadi di colori, ovvero tonalità equidistanti tra loro sulla ruota dei colori, le quali però alternano la tranquillità ad una sorta di eccesso di finzione. Tutto è troppo tranquillo, la nave presente nelle sequenze è blu come anche il suo sfondo, galleggia nel mare, ma l’inquietudine del colore tradisce un cambiamento. La seconda fase è infatti quella della riuscita di Martin, dopo aver affrontato la disparità di retaggio sociale con l’amata Elena, dopo aver fatto incontrare la spontaneità napoletana con la classe francese, l’uomo decide di tentare la strada della scrittura. In questa fase si alternano colori complementari e le triadi, il cui valore viene rafforzato da riprese in primo, medio e intero piano: le difficoltà di Martin e la sua volontà tengono ancora in equilibrio la nave nonostante i tumulti interiori. La terza fase è quella che riprende l’introduzione, chiaroscuri che intensificano gli spigoli del volto e la glacialità di uno sguardo perso e ormai folle: il successo estranea Martin da sé stesso e dal mondo, il suo personaggio dopo aver raccolto i lasciti di storia, politica e socialità del tempo, diventa un perfetto estraneo. Il conflitto tra realismo e speranza, che da sempre tentava di far emergere nei suoi testi, ha lasciato il posto al vaneggiamento di chi sa parlare ed ingannare con la parola, rinnegando tutto, non essendo né più sé stesso, né chi aspirava ad essere. Martin dalla finestra osserva un sé stesso passato, lo insegue, ma non riesce a raggiungerlo, non ci sono più storie da raccontare, non c’è speranza, è scoppiata la guerra ma per Martin la propria nave ormai è affondata.

Cristina Quattrociocchi