L’angolo di Michele Anselmi

In effetti “Il materiale emotivo” è un ossimoro, come fa notare il protagonista del film Sergio Castellitto, pure regista e sceneggiatore insieme alla moglie Margaret Mazzantini. Dopo un passaggio al Bif&st di Bari, lo si potrà vedere nelle sale dal 7 ottobre, targato Rodeo Drive e 01- Distribution; e chissà se il pubblico raccoglierà l’invito che viene da questa storia sommessa e soave, originariamente scritta, nel 2002, da Ettore Scola, sua figlia Silvia e Furio Scarpelli.
Quel copione, pensato per Gérard Depardieu col titolo “Un drago a forma di nuvola”, non diventò mai un film, per ragioni varie sulle quale non vale la pena di tornare; nel riprenderlo in mano, Castellitto molto l’ha modificato, certo facendolo più “suo”, pur conservando lo spunto di partenza, lo spirito di fondo e qualche episodio.
“La letteratura rende eterni, l’attualità uccide”: ecco la frase cruciale attorno alla quale si muove “Il materiale emotivo”. Per rendere subito chiaro il clima generale, Castellitto piazza un sipario rosso che si apre su un quartiere parigino ricostruito in uno studio di posa, visibilmente. Qui vive da anni un libraio italiano, Vincenzo, attorno ai 60 anni, di quelli all’antica, senza cellulare, impermeabile alla modernità digitale. Il negozio è al piano terra, la casa sta di sopra. Cataste di libri, usati, antichi, qualcuno anche raro e prezioso, invadono dal pavimento al soffitto tutti gli spazi disponibili. In quel piccolo mondo polveroso e rassicurante Vincenzo ha trovato una specie d’armonia: ci sono i libri amati e c’è sua figlia Albertine, di cui l’uomo si prende cura amorevolmente, essendo la ragazza rimasta paralizzata dalla vita in giù dopo un salto nel vuoto (suicidio?).
Il loro è un rapporto stretto e simbiotico, un po’ patito da lei, ostica e ammutolita, in attesa di mestruazioni che non vengono. In questo contesto cristallizzato irrompe, come un terremoto, una donna bella e sventata, parecchio ignorante, che si chiama Yolande e fa l’attrice a tempo perso nel teatrino di fronte alla libreria. È a lei che Vincenzo regala il volumetto “I trentatré nomi di Dio” di Marguerite Yourcenar, solo perché breve da leggere; e intanto assistiamo allo sbocciare di uno strano sentimento tra i due, pudico ma travolgente, troppo perché non entri in conflitto con il rapporto totalizzante che lega quel padre a quella figlia inferma.
Cambiano, rispetto al copione originario, molto delle citazioni letterarie: adesso sono evocati Vian, Cervantes, Calvino, Wilde, Flaubert (ma resta il riferimento a “Le notti bianche” di Dostoevskij); e soprattutto l’aver fatto di Yolande un’attrice, invece che una scombinata giornalista radiofonica, attribuisce a quell’amore inespresso un profumo diverso, più allusivo, considerando la chiave espressiva scelta.
Girato in francese e in italiano in modo da conservare le due anime linguistiche della vicenda (spero che non esca tutto doppiato), “Il materiale emotivo” è un film malinconico, meditabondo, un po’ blues, con troppe canzoni piazzate qua e là e un cuore gentile. Castellitto fa di Vincenzo un uomo risvegliato alla vita che non sa come gestire il turbine emotivo; mentre Bérénice Bejo e Matilda De Angelis sono rispettivamente la vulcanica Yolande e l’arrabbiata Albertine. Occhio a un’altra frase del dialogo: “Rinunciare non è sempre una sconfitta”. Specie se porterà qualcosa di buono.

Michele Anselmi