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“Il meglio deve ancora venire”. Luchini è sempre Luchini anche quando esagera un po’

La Festa di Michele Anselmi 

Fabrice Luchini gode di un piccolo ma compatto culto cinefilo anche qui in Italia. Faccio parte della setta. Trovo il 67enne attore francese un gigante nel suo campo: per eleganza, perfidia, eloquenza, capacità di cesellare personaggi ora pomposi ora meschini, talvolta ridicolmente romantici. Perfino quando “luchinineggia” un po’, come accade in “Il meglio deve ancora venire” di Matthieu Delaporte & Alexandre de La Patellière appena passato alla Festa di Roma.
Avevamo lasciato Luchini nei panni di un manager stronzissimo che deve riabituarsi a verbalizzare dopo un ictus, in “Parlami di te” di Hervé Mimran; eccolo, ringiovanito di una decina d’anni, nel camice bianco di uno stimato, ma odioso, ricercatore dell’Istituto Pasteur di Parigi. Arthur Dreyfus, ebreo per metà di famiglia “askenazita comunista”, è un uomo pedante, anaffettivo, noioso, che rende insopportabile la vita alla figlia adolescente (la moglie l’ha mollato da anni). Insomma un classico personaggio “à la Luchini”.
Finché non gli si presenta in casa, malridotto per una caduta dal balcone, reduce da uno sfratto e senza un euro, un amico di infanzia conosciuto in un collegio religioso a metà degli anni Settanta. Benché ebreo come l’altro, ma sefardita “di destra”, César, ovvero Patrick Bruel, è l’opposto di Arthur: un vitalista irresponsabile e casinaro, uno “sciupafemmine” che s’è goduto ogni istante dell’esistenza, senza curarsi del futuro, della sicurezza economica, della rispettabilità. L’accademico accompagna l’amico all’ospedale per una radiografia di routine, gli presta la tessera sanitaria, e qualche giorno riceve una telefonata allarmata dal medico: la lastra, a nome di Arthur Dreyfus, evidenzia un tumore diffuso, incurabile. Una parola dirlo a César, il quale a sua volta, sentendosi benissimo, pensa che sia l’amico il malato terminale da accudire e confortare. Seguono equivoci a non finire, anche “un viaggio della speranza” in India, e naturalmente il destino beffardo ha in serbo una sorpresa mica male.
Bisogna molto credere allo spunto di partenza, abbastanza inverosimile, per stare al gioco dello scambio delle malattie; ma è anche vero che, strada facendo, il film attenua quel tono ilare, un po’ artificioso, per concentrarsi sulla vera natura dei personaggi, e naturalmente ciascuno dei due cambierà un po’, in meglio, nel corso delle settimane che precedono la tragedia.
Siamo un po’ dalle parti di commedie asprigne come “Non è mai troppo tardi” (Nicholson & Freeman) o “Domani è un altro giorno” (Giallini & Mastandrea), tanto per rendere l’idea. Anche se i due cineasti introducono un sapore squisitamente francese nel disegnare la solidale amicizia tra i due caratteri opposti: citano Proust e Bécaud, sfruttano qualche elemento da “pochade” nel discorso sul lutto, non senza ricordare che “il dramma è la sola materia valida della commedia”.
Nelle sale dal 7 novembre con Lucky Red, “Il meglio deve ancora venire” celebra la vita parlando della morte, e può darsi benissimo che qualcuno poco apprezzi il tono buffo di alcune digressioni sul cancro. Ma il film merita una visita: per come condisce il discorso sull’amicizia e il congedo, per il finale spiritoso che introduce una nota di speranza, anche per alcune battute azzeccate. La migliore delle quali mi sembra questa: “Ti amo ancora molto, ma non abbastanza per sopportarti un giorno di più”.

Michele Anselmi

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