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IL MIELE FA MALE A CERTE DOSI: “DOLCEROMA” TRA FILM E KATANE. BARBARESCHI MATTATORE INCARNA UN PRODUTTORE SQUALO

L’angolo di Michele Anselmi 

Pare che i film sul cinema portino male al botteghino. Infatti il 39enne regista Fabio Resinaro, fattosi apprezzare con “Mine”, spiega a proposito del suo “Dolceroma”, nelle sale dal 4 aprile con 01-Distribution, di aver voluto impaginare “una action-comedy-thriller alzando il ritmo della narrazione a livelli finora sconosciuti per il cinema italiano”. Boom! Insomma: dimenticare il recente “Notti magiche” di Paolo Virzì, così affettuosamente amarognolo e irrisolto; meglio evocare, se proprio si vuole, “Barton Fink” dei fratelli Coen o “Get Shorty” di Barry Sonnenfeld, anche se qui si impone un grottesco survoltato, tra effetti speciali, acrobazie, combattimenti, panoramiche a schiaffo, “ralenti” e velocizzazioni, immagino nella speranza di sedurre il pubblico giovanile.
Del romanzo di Pino Corrias “Dormiremo da vecchi” (Chiarelettere, 2015), resta pochino, per ammissione degli stessi autori; diciamo il racconto fiammeggiante di un certo ambiente “cinematografaro” romano preso come pretesto per una storia che si vorrebbe dal valore universale. Siamo sempre dalle parti di “La grande bellezza”, trasformata in una sorta di “grande dolcezza”, per via di un miele purissimo che però tutto copre e incolla, ossia corpi torniti e anime fetide, trasformandosi in un’untuosa patina di morte.
Il giovane romanziere Andrea Serrano per vivere pulisce cadaveri all’obitorio di Milano, ma sogna la grande occasione, che gli si presenta quando il potente produttore Oscar Martello lo ingaggia per trasformare in film di successo il suo sfortunato libro “Non finisce qui”. Serrano non si fa abbindolare dalle gaudenti feste romane, teorizza che “il caso è solo fanghiglia merdosa”, bisogna lavorare alle storie con cura; solo che il film, dove un’eroina alla “Tomb Raider” combatte la criminalità organizzata, è stato dato in mano a un regista incapace, il budget via via s’è ristretto, il risultato è un disastro.
Che fare per salvare il salvabile? Una truce messinscena: rapire l’attrice protagonista, la bella e umorale Jacaranda Ponti, in modo che si gridi al film avversato dalla camorra e i media impazziscano ancora prima che “Non finisce qui” arrivi nei cinema. Ovviamente le cose si complicheranno, parecchio.
Sospeso musicalmente tra “Roma brucia” di Antonello Venditti e “Vivere” di Tito Schipa, il film gioca con le katane di “Kill Bill”, lo slang colorito di “Gomorra”, la nota cialtroneria del cinema capitolino, sfotticchia Alberto Sordi, tira in ballo “il normale rapporto tra un’attrice e un produttore” (il riferimento sembra a “MeToo”); il tutto miscelando dentro un cocktail adrenalinico, incessante, gasato, dove nessuno è innocente.
Barba bianca, doppiopetto gessato e sigarone in bocca, Barbareschi, si diverte a impersonare, sempre un po’ sopra le righe, il produttore-mattatore che viene dalla gavetta. Cinico e piratesco, Martello tratta tutti come pezze da piedi, ma a modo suo è sincero, diretto, in un mondo di sepolcri imbiancati e damazze viziose. “Chi ha messo lo scorpione sotto il cuscino?” è la domanda che risuona più volte nel film, quasi a dirci: trovate da voi il vero colpevole dell’intrigo.
Di Barbareschi s’è detto, Lorenzo Richelmy e Valentina Belle sono rispettivamente lo scrittore tentato dal diavolo e la star insoddisfatta, mentre fanno contorno alla torva farsa Francesco Montanari, Armando De Razza, Iaia Forte, Libero De Rienzo e Claudia Gerini.
La cronaca registra il parere entusiastico di alcuni colleghi critici, anche autorevoli. Evidentemente sono poco sofisticato.

PS. Ma quanti film produce Luca Barbareschi con la sua Eliseo Cinema? Poco più di un mese fa è uscito “Modalità aereo” di Fausto Brizzi; il medesimo Brizzi sta già girando a Torino il nuovo “Se mi vuoi bene” tratto dal suo romanzo omonimo. Quanto a “Dolceroma”, Brizzi figura come soggettista, “story editor” e regista della seconda unità. Devono proprio intendersi i due.

Michele Anselmi

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