Il 9 aprile 2021 gli studenti del corso di “Entertainement and Television Studies”, all’interno della laurea magistrale in “Media, Comunicazione Digitale e Giornalismo”, hanno avuto modo di dialogare e confrontarsi, in videoconferenza, con un noto professionista dell’audiovisivo, Walter Fasano, montatore, ma anche regista, sceneggiatore e musicista. Fasano è conosciuto dal grande pubblico per aver lavorato in qualità di montatore a fianco di Luca Guadagnino in Chiamami col tuo nome e nell’ambizioso remake del 2018 dell’omonimo film di Dario Argento del 1977, Suspiria. Comprensibile, dato che aveva già collaborato con il maestro del brivido romano in fase di montaggio delle sue due pellicole Ti piace Hitchcock? e La terza madre. Questo proficuo colloquio ha permesso di riflettere sul mutato ruolo del montatore cinematografico, alla luce delle innovazioni tecnologiche che ne hanno stravolto routine produttive, compiti e funzioni. In poche parole, il lavoro del montatore è stato completamente rivoluzionato dalle tecnologie digitali.

Gli anni Novanta segnano la transizione, inesorabile e irreversibile, dalle tecniche analogiche di montaggio, rese possibili grazie allo strumento della moviola, verso quelle digitali, accessibili tramite i moderni software di videoediting. Questo, da una parte, permette al montatore di svincolarsi da procedure manuali complicate e dispendiose in termini economici e di tempo, aprendo ad una maggiore malleabilità delle inquadrature e ad un processo di montaggio che permette, in tempistiche infinitesimali, di sperimentare con un ampio ventaglio di soluzioni artistico-formali. Dal piano sequenza ad una frammentazione schizofrenica e postmoderna delle inquadrature. Da uno stretto primissimo piano ad un ampio campo largo ispirato alle inquadrature di Quarto potere. Da un altro punto di vista, però, il montatore, come un moderno ingegnere del suono in studio di registrazione, rischia di perdersi in un abisso di possibilità e di allontanarsi da ciò che, in realtà, è richiesto dal regista, la mente della pellicola. La transizione dalle pratiche analogiche a quelle digitali, inoltre, ha aumentato esponenzialmente la quantità di materiale audiovisivo che il montatore si trova a riordinare e plasmare.

Se una volta, a causa dell’alto costo della pellicola e della poca maneggiabilità delle macchine da presa, i registi e la troupe erano costretti ad essere più meticolosi e precisi con le inquadrature, oggi, con l’avvento delle telecamere digitali, i cineasti si trovano ad accumulare una mole immensa di riprese, girando anche decine di versioni alternative della stessa sequenza. Emblematico, in questo senso, è il regista americano David Lynch, vero e proprio amante della sperimentazione sul set. Inoltre, data la rapidità che oggi caratterizza i processi di assemblaggio audiovisivo, sempre più spesso registi e produttori chiedono di poter visionare in corso d’opera dei montaggi provvisori della pellicola che stanno contribuendo a realizzare. Questo impatta nuovamente sul carico di lavoro del montatore, che si trova così costretto a centellinare le inquadrature, selezionare i migliori movimenti di macchina e le performance attoriali più spontanee molto prima di quanto non facesse il suo omologo quando la pellicola veniva tagliata, scomposta e riassemblata manualmente.

Con la parola “promo”, ad esempio, si indica proprio un breve montaggio provvisorio che viene fatto circolare solamente tra gli addetti ai lavori per avere un assaggio di come potrà apparire il film una volta terminata la fase di post-produzione. Non contando che il montatore si trova spesso anche a realizzare dei trailer, o dei teaser, della pellicola sulla quale sta lavorando. Insomma, nonostante la semplificazione del processo di montaggio audiovisivo, le competenze richieste e le responsabilità assunte dal professionista sono certamente aumentate esponenzialmente. A non essere mutata è la centralità del suo ruolo, vero e proprio tramite tra regista e produttore, e la sua funzione, quella di plasmare immaginari ed universi simbolici. Proprio come un gallerista che si trova in una stanza asettica, vuota, pronta per essere allestita, ed alterata, per la prossima entusiasmante esposizione.

Gioele Barsotti