L’angolo di Michele Anselmi

“Time” lo mise in copertina sotto il titolo: “The face of buddhist terror”, e credo che non serva tradurre. Un documentario del franco-svizzero Barbet Schroeder, intitolato “Il venerabile W.”, ora ce lo mostra all’opera, e certo c’è poco da stare poco tranquilli vedendo e ascoltando il birmano monaco buddhista Ashin Wirathu, l’uomo venerato dai suoi seguaci che aizzò la protesta razziale e religiosa della popolazione del Myanmar contro la minoranza musulmana dei Rohigya.
In esergo una frase di Lord Byron ci ricorda che “gli uomini amano in fretta e odiano con calma”, e bisogna intendersi sulla parola “calma”. Non a caso Schroeder, intervistato da “La Lettura”, ha spiegato: “Mi interessa come il male emerga da una persona che s’esprime con calma, s’ascoltano cose terribili dette con pacatezza e dolcezza”.
In effetti nei suoi seguitissimi sermoni Wirathu paragona i musulmani ai pesci-gatto africani: “Si riproducono in fretta, crescono velocemente, sono violenti, divorano la loro stessa specie, distruggono le risorse naturale dell’ambiente in cui vivono”. L’una soluzione è allontanarli, cacciarli, discriminarli sia sul piano dei matrimoni misti sia su quello delle attività economiche, in una progressiva sorta di deportazione che ha assunto in certi anni recenti, tra il 2012 e il 2017, forme di crudele pulizia etnica.
Non che i Rohingya fossero degli stinchi di santo, l’innesco dei primi disordini fu un orribile stupro perpetrato da tre giovani islamici ai danni di una ragazza birmana; ma certo il carismatico monaco ha saputo negli anni, mettendosi alla guida del discusso movimento 969 (il numero simboleggia le virtù del Buddha), costruire una solida alleanza con i militari al governo e soprattutto con la leader democratica Aung San Suu Kyi. Sulla quale Schroeder la pensa così, senza tanti giri di parole: “Ha usato il proprio prestigio per coprire la pulizia etnica. Suu Kyi è criminale al cento per cento, merita un processo per genocidio”. Già dimenticato il Nobel per la pace?
La “criminale” appare solo nelle ultime sequenze del documentario, nelle sale da giovedì 21 marzo con la Satine Film di Claudia Bedogni. Per il resto Schroeder, con un elegante montaggio di riprese sul luogo, interviste ai protagonisti e spezzoni di repertorio (alcuni dei quali impressionanti per la ferocia che testimoniano), costruisce una cine-inchiesta che interroga lo spettatore sulle insinuanti logiche della persuasione di massa, sull’uso massiccio della religione a fini ideologici e politici, sulle ambiguità di un’irenica “rivoluzione zafferano” che però custodisce veleni xenofobi e razzisti.
Rassicura che, nel saggio mondo buddhista, in tanti abbiano prese le distanze dal venerabile Wirathu, cogliendo nella sua martellante, anche ramificata e scaltra campagna di odio anti-musulmano, una cruciale contraddizione rispetto ai fondamenti di quella religione: pace, bontà e rifiuto dell’odio.

Michele Anselmi