La Mostra di Michele Anselmi | 4

Pare che il dittatore Augusto Pinochet (1915-2006) amasse farsi chiamare “El Conde”, cioè il conte, e proprio così il cileno Pablo Larraín ha voluto intitolare il suo nuovo film, in concorso alla Mostra e dal 15 settembre su Netflix. Alle prese con la cine-biografia di Maria Callas, starring Angelina Jolie, il regista di “Tony Manero” e “Jackie” è tornato nel natio Cile per completare una sorta di personale discorso sulla dittatura militare fascista. E chi meglio di Pinochet, il generale fellone e feroce, riassume quella stagione atroce cominciata l’11 settembre del 1973? Solo che l’estroso cineasta, sempre in bilico tra spagnolo e inglese, non orchestra una cine-biografia, ma immagina, s’intende in bianco e nero, che Pinochet viva ancora da qualche parte in una remota landa del Cile dopo aver inscenato la propria morte. Ma soprattutto: non sarebbe mai stato un uomo in carne ed ossa, bensì un vampiro, con 250 anni sulle spalle e un nome originario francese, Claude Pinoche. Un fervente controrivoluzionario che riuscì a impadronirsi della testa mozzata di Maria Antonietta e per secoli ha combattuto ogni forma di progresso sociale e civile.

Naturalmente Larraín si muove tra satira e farsa, terreno scivoloso, probabile quindi che “El Conde” venga visto con sufficienza, al pari di un divertissement d’autore, sia pure intriso di cupo sarcasmo politico.

Una voce narrante femminile, dalla soave pronuncia british, scandisce il racconto gotico, e capiremo verso la fine a chi appartiene (la sorpresa non va rivelata). L’idea è che il vecchio Pinochet, murato vivo nella sua magione ormai delabrée, in mezzo al nulla, abbia deciso di lasciarsi morire. Perché? Non per senso di colpa, gli è piaciuto far uccidere migliaia di “comunisti”, bensì per la vergogna di essere stato apostrofato “ladro” a causa della ricchezze enormi accumulate durante la sua dittatura.

I cinque avidi figli vogliono appropriarsi dell’enorme patrimonio custodito in centinaia di conti bancari all’estero, e intanto il generale, accudito dall’anziana moglie lussuriosa e da un sadico maggiordomo cosacco che molto si divertì a torturare, non è proprio convinto sul da farsi. Ogni tanto, infatti, rispolvera l’antica divisa con lungo mantella e come una specie di Superman vola sul Cile alla ricerca di sangue: individua le vittime, sradica il loro cuore dal torace, mette l’organo nel frullatore e ingurgita di gusto il salvifico succo vermiglio.

Tutto abbastanza folle. Anche perché, a completare il quadro, c’è una virginale suora esorcista che dalla Chiesa cattolica viene spedita in quella remota fattoria, dove campeggia una ghigliottina, perché annienti il demonio nascosto nel corpo di Pinochet. Ma sarà proprio quella la sua missione?

Bisogna stare al gioco di Larraín, ovvero all’atmosfera da opera macabra/buffa con tanto di musica tambureggiante, per gustare questo film certo bizzarro, eterodosso, fitto di citazioni “vampiresche”, che intreccia affondi visionari e dati realistici, forse un omaggio alla “Trilogia del potere” di Sokurov. L’idea è che l’ombra di Pinochet vampirizzi ancora il presente cileno, non essendo riuscito il Paese a fare i conti davvero con quella pesante eredità reazionaria e famelica.

“Se vuoi che qualcosa venga detto, chiedilo a un uomo. Se vuoi che qualcosa venga fatto, chiedilo a una donna” recita una battuta altamente simbolica nel finale. Non la spiegherò, ma nella fantasiosa prospettiva storica di Larraín tutto, più o meno, trova un senso.

***

Era dal 2015, con il dimenticabile “BlackHat”, che Michael Mann, oggi splendido ottantenne, non girava un film. Trattasi di cineasta portentoso, basterebbe pensare a titoli come “Manhunter – Frammenti di un omicidio”, “L’ultimo dei Mohicani” o “The Heat”, e non esiste cinefilo che non l’abbia inserito nel proprio personale pantheon, incluso il sottoscritto. Ma il molto atteso “Ferrari”, in concorso alla Mostra, mi pare riuscito così così, deboluccio. Certo, il magistero di Mann si sente nella composizione delle immagini, nei chiaroscuri recitativi, nella forza del montaggio, e tuttavia l’ambientazione italiana della storia non aiuta. Chissà cosa penserà Carlo Carlei, il quale nel 2003 girò un film tv per Canale 5 intitolata allo stesso modo, con Sergio Castellitto nel ruolo del mago di Maranello. “Ferrari” di Mann non è però una cine-biografia classica: isola un anno cruciale nella vita del grande costruttore/artigiano, il 1957, per estrarne, a mo’ di sineddoche, il senso di un’intera esistenza.

Neanche sessantenne, il Ferrari incarnato da Adam Driver, ormai specializzatosi in ruoli da italiano illustre dopo “House of Gucci”, è a un punto morto della propria carriera: l’azienda è sull’orlo della bancarotta, la Maserati incalza con vetture da corsa più veloci, la recente morte del figlio Dino ha lasciato un baratro, il rapporto con la moglie Laura è a pezzi, al punto che lui dorme spesso dall’amante Lina con la quale ha fatto il piccolo Piero (non ancora riconosciuto per salvare le apparenze). L’unica salvezza può venire dalle Mille Miglia: una vittoria darebbe nuova linfa al Cavallino rampante e forse convincerebbe “l’avvocato” Agnelli a investire sulla ditta modenese.

Nella misura ampia dei 130 minuti, il film di Mann ricostruisce quei mesi complicati: tra scenate familiari, rogne meccaniche, liti coi giornalisti “avvoltoi”, ingaggio dei piloti (la Maserati ha appena convocato a Modena l’ottimo Jean Behra). C’è un romanzo alla base del copione, ovvero “Enzo Ferrari. The Man, the Cars, the Races, the Machine” di Brock Yates, anche se Mann ci mette ovviamente del suo nel restituire l’aria del tempo, senza idealizzare il personaggio, mostrandone durezze e cinismo. Specie dopo il micidiale incidente di Guidizzolo, durante l’indiavolata corsa, quando la Ferrari 335 S pilotata dallo spagnolo Adolfo De Portago rimbalzò fuori strada uccidendo nove spettatori, cinque dei quali bambini.

Probabile che la versione doppiata in italiano, quando il film uscirà nelle sale con Rai Cinema, renda meno spiazzante l’insieme; di sicuro Driver, che coproduce, risulta troppo magro e spilungone nel confronto fisico con il vero Ferrari, mentre gli altri attori convocati, da Penélope Cruz a Shailene Woodley, da Patrick Dempsey a Jack O’Connell, s’intonano al clima generale da ricca produzione internazionale.

***

Non è il remake americano di “Dogman” del nostro Matteo Garrone il film con lo stesso titolo che Luc Besson ho portato in gara alla Mostra. Il regista sembrava scomparso dai radar festivalieri, invece eccolo con una storia girata in inglese nel New Jersey con attori statunitensi, giustamente applaudita anche dai critici.

Un motto di Alphonse de Lamartine ricorda sui titoli di testa: “Ovunque ci sia un infelice, Dio invia un cane”. I cani sono tanti nel caso del piccolo Douglas Murow, angariato da un padre manesco e crudele, addirittura rinchiuso per anni in una gabbia insieme a quei poveri animali maltrattati e affamati perché nei combattimenti diventino più feroci. Invece il ragazzo, reso pure mezzo invalido alle gambe da una pallottola partita forse per errore, ammansisce, riamato, le bestiole e una volta libero diventerà, da grande, l’amorevole gestore di una sorta di canile “democratico”. Teorizza: “I cani hanno tutti i pregi degli uomini, ma non i loro difetti. E non mentono mai se si parla d’amore”.

Infelice ma spiritoso, rimasto vergine e dedito a travestirsi da donna, con parrucca bionda, rossetto e calze a rete, quasi a cancellare il ricordo dell’inferno familiare, l’uomo si trova in carcere all’inizio del film, e lì viene raggiunto da una psichiatra nera, da poco madre, che deve visitarlo per decidere “dove metterlo”. Sarà l’inizio di una serie di flashback, anche di una strana amicizia all’insegna delle comuni sofferenze patite.

Ha ragione Besson quando spiega che senza Caleb Landry Jones, 33 anni, texano, già premiato a Cannes 2021, “Dogman” non esisterebbe. È lui a rendere così toccante e sottile il personaggio di Douglas: l’uomo che vuole redistribuire la ricchezza con l’aiuto dei suoi “fratelli” animali, vendicare i torti subiti da sé e dagli altri, provare a sentirsi vivo cantando “en travesti” in un locale queer le canzoni di Edith Piaf e Marlene Dietrich. Un parziale anagramma della scritta “In the Name of God”, letta alla rovescia, lo trasforma appunto in Dogman, un “canaro” gentile e affettuoso capace di ricreare un’affollata famiglia in un palazzo disabitato, a suo modo un fortino inespugnabile. Perché Dio c’entra in questa storia scritta da Besson: con vivo senso dello spettacolo popolare e della condizione umana. Il film uscirà in Italia il 5 ottobre con Lucky Red.

Michele Anselmi