L’angolo di Michele Anselmi 

Arriva nelle sale, quasi dieci mesi dopo l’anteprima veneziana, era nella sezione Orizzonti, il terzo film di Laura Bispuri: da oggi, giovedì 16 giugno, distribuito da Nexo Digital, e magari l’abolizione delle mascherine darà una mano, vai a saperlo. Come scrissi dal Lido, non saprei dire, a differenza di quanto sostiene il mio amico prof Giovanni Spagnoletti, se la regista romana, classe 1977, abbia fatto un film “rosselliniano”; ma so che “Il paradiso del pavone” racconta una storia asprigna partendo da un dato realistico, pure da un genere consolidato, per farsi via via astratta, simbolica.
Il genere è la riunione di famiglia destinata a trasformarsi in un gioco al massacro. Da “Hannah e le sue sorelle” a “Festen”, da “Parenti serpenti” a “Il pranzo della domenica”, solo per dirne due, quanti ne abbiamo visti? Bispuri, classe 1977, prende un soggetto di Silvana Tamma e costruisce una variazione sul tema.
Qualcuno forse ricorderà. Siamo ad Ardea, litorale laziale, dove l’anziana Nena riunisce la famiglia per festeggiare il suo compleanno. Ci sono proprio tutti: il marito Umberto, i figli Vito e Caterina, la cugina Isabella, la nuora Adelina, l’ex genero Manfredi con la sua nuova fidanzata Joana, la nipote Alma, la domestica Lucia con sua figlia Grazia, da tempo ammutolita. E poi c’è Paco, il pavone di Alma: ingombrante, molesto, difficile da tenere in casa mentre fa la ruota. Nell’attesa del pranzo, tutto si complica, specie dopo che il pavone, spiccando il volo dal terrazzo forse per inseguire una colombella, finisce rovinosamente sull’asfalto.
Che la famiglia in questione, dietro il decoro borghese e intellettuale, sia abbastanza “disfunzionale” appare subito chiaro. Emergono rancori sottopelle, atteggiamenti classisti, smanie sessuali, fragilità fisiche, ostentazioni cattoliche, anche un legame lesbico, soprattutto nessuno ha voglia di festeggiare la padrona di casa, la cui smagliatura sulla calza rivela un’irrequietezza a fior di pelle. Pare di capire che il pavone del titolo, opposto alla colombella ritratta in un quadro, simboleggi una certa condizione umana degli 11 personaggi, almeno fino a quando non cadrà di sotto.
Il finale di speranza all’aperto, tra qualche tocco forse “alla” Antonioni e note strazianti di violoncello, sigla un film meditato, molto scritto, ben fotografato a luce naturale da Vladan Radovic, ma un po’ respingente: insomma, parere altamente personale, incuriosisce ma poco coinvolge. Ricco il cast convocato per l’occasione, nel quale spiccano la ritrovata Dominique Sanda, Alba Rohrwacher, Maya Sansa e Maddalena Crippa. S’intende che i tre uomini del gruppo fanno una magra figura in tutta la faccenda.

Michele Anselmi