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Il Re Leone è tornato. Tra computer grafica, sperimentazioni e doppiaggi impossibili

Costato più di 200 milioni di dollari, il remake del classico Disney Il Re Leone – nelle sale italiane dal 21 agosto – sicuramente stupisce e fa parlare di sé per le sue avveniristiche tecniche di realizzazione: un misto di realtà virtuale, motion capture alla Avatar e CGI. L’obiettivo di Disney e del già “assoldato” Jon Favreau (Il libro della giungla) era quello di ricreare l’atmosfera del maggior successo d’animazione del “Rinascimento Disneyano” e, al contempo, proporre un taglio più maturo e, sopra ogni altra cosa, ottenere il più esatto foto-realismo. La storia, anche nel cartone originale dagli echi vagamente shakespeariani, la conosciamo a menadito. Se ci sono speranze di scorgere interessanti aggiornamenti a livello drammaturgico, queste sono riposte soprattutto nei personaggi del villain Scar (Chiwetel Ejiofor/Massimo Popolizio), della leader del branco di iene, Shenzi (Florence Kasumba/Rossella Acerbo), e della giovane principessa Nala (Beyoncé Knowles Carter/Elisa Toffoli). La cosa più affascinante – come vuole la legge di tutti i film Disney – è il cattivo Scar, a cui viene fornita una motivazione molto più concreta (non ve la sveliamo!) dietro il suo malefico operato. Il risultato è che la tragicità del suo personaggio trova sfogo in modo più corposo e convincente.

Il problema del Re Leone risiede nella sua indecisione tra naturalismo ed espressionismo. Si vorrebbe  che il pubblico empatizzasse con questi animali parlanti, esattamente come nel cartone, ma che dire della naturale soggezione provata, trattandosi di bestie che sembrano davvero vive? Favreau non sceglie mezze misure e lo ripete a gran voce in tutte le interviste: la sua è un’opera di puro divertissement – seppur virtuale – estetico che alterna momenti di estremo fotorealismo a momenti di poesia e ricercatezza visiva stranianti, apprezzabili di certo da un pubblico più grandicello. In particolar modo ci si sbizzarrisce nella sequenza della morte di Mufasa, del pelo di Simba trasportato dal vento e nel discorso per il “colpo di stato” di Scar. Se gli animali e le voci sembrano freddi e monolitici, forse è giusto che sia così e basta. Il doppiaggio, capitanato dagli eccellenti Luca Ward e Massimo Popolizio, sopperisce alla legnosità dell’originale. Impossibile sembra la missione di Edoardo Leo (Timon), Stefano Fresi (Pumbaa), Marco Mengoni (Simba) e, dulcis in fundo, Elisa Toffoli: tutti professionisti nei loro rispettivi campi, ma di certo non nel doppiaggio. Ciononostante si sente che sono stati impiegati i giusti tempi e i giusti mezzi perché gli esiti fossero comunque buoni.

Furio Spinosi

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