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“Il segreto della miniera”. Quasi un’indagine su un massacro sepolto

L’angolo di Michele Anselmi 

Tutto avvenne a non molti chilometri dalla frontiera italiana, in Slovenia, suppergiù dove Gabriele Salvatores ambienta oggi pezzi del suo road-movie “Tutto il mio folle amore”. Ma la storia che rievoca “Il segreto della miniera”, firmato dalla 44enne regista Hanna Slak, è ben più tragica. Il film, non proprio una passeggiata per il tema che tratta, è avvincente e onesto, da vedere; bene ha fatto quindi Cineclub Internazionale Distribuzione a proporlo nelle sale da giovedì 31 ottobre.
Quello della miniera in questione è un segreto doloroso, come potete immaginare se avete visto il trailer o letto qualcosa. Nel 2007 un minatore bosniaco, emigrato in Slovenia poco prima del massacro di Srebrenica operato dalle milizie serbe di Mladic nel luglio 1995, fu inviato dalla sua società a fare un controllo di routine in una miniera dismessa e sigillata da tempo, a Huda Jama. Doveva essere una cosa veloce, burocratica, invece Mehmedalija Ali, questo il nome vero, scoprì nelle viscere della terra una barriera artificiale, poi un’altra, e un’altra ancora. Fino al numero di undici. Una gigantesca tomba, con i resti di circa quattromila persone, uomini, donne, bambini, anziani: profughi tornati dall’Austria alla fine della Seconda mondiale e uccisi dai partigiani di Tito affinché non arrivassero al porto di Trieste, ancora jugoslava. Una strage da lasciare sepolta. Infatti il minatore, dopo aver scavato due anni in quelle gallerie buie, avversato dalle autorità, ebbe i suoi guai. Nel 2013 avrebbe dedicato a quella “scoperta” un libro-inchiesta, intitolato “No One”.
Nel film il minatore si chiama Alija Basic e indossa la bella faccia normale dell’attore croato Leon Lučev. Dopo un prologo-flashback il cui senso capiremo più avanti, incontriamo Alija alle prese con una situazione grama: la miniera sta licenziando, la moglie non lavora, la figlia maggiore lo detesta e se ne va, il figlio piccolo non capisce bene cosa sta succedendo. Per fortuna si avvicina una settimana di ferie alle terme. Ma dovrà rinunciarvi: o accetta quel lavoretto a Huda Jama, un’ispezione formale, o potrà dire addio al posto. Quasi subito affiorano capelli, ossa, lembi di stoffa. Di chi sono? Chi giace lì sotto da oltre 60 anni? Tutti sapevano, nei dintorni, ma con l’aria che tira, fanno capire all’operaio deciso a non mollare, meglio non riparlare di fosse comuni.
Huda Jama pare significhi “grotta maligna”, e mai nome fu più tristemente profetico. Il film, severo e ben scandito, parte con stile realistico, da storia operaia, un po’ alla Loach; poi sceglie un registro da indagine fortemente simbolica, evocando un continuo confronto tra le due stragi, quella recente di Srebrenica e quella dimenticata nella miniera.
Spiega la regista, che oggi vive a Berlino: “In Slovenia mi hanno criticato, ma io ho solo raccontato quello che è avvenuto davvero in quella miniera nel dopoguerra. Tutto qui”. Non è poco, anche se il film, da leggersi come un sofferto percorso di espiazione, personale e collettivo, stinge un po’ nel finale melodrammatico, poco controllato, dove la rabbia del protagonista esplode in un grido di ribellione totale. Però la sequenza della privatissima e pietosa sepoltura dei resti, tra gli alberi, è davvero toccante, custodisce un barlume di speranza sulla natura dell’uomo.

Michele Anselmi

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