Con “Il senso per la parola di Serge Gainsbourg: un poeta può nasconderne un altro” (Caissa Italia), Marco Ongaro licenzia un saggio raffinato e dalla struttura spesso inattesa su uno degli artisti francesi più amati di sempre. Abbiamo incontrato l’autore del volume, a sua volta cantautore, poeta e scrittore.

“Il senso per la parola di Serge Gainsbourg” ha una qualità non comune per una biografia del genere: gode di una prosa colta e curatissima. Sembra più un saggio francese che italiano, nato più da una passione personale che da un ingaggio editoriale qualsiasi. Possiamo parlarne?
Marco Ongaro: Grazie per l’apprezzamento. Diciamo che l’ingaggio editoriale di Caissa Italia per una collana con i fiocchi come quella in cui compare il mio libro merita, insieme alla qualità del protagonista del saggio, un approccio molto curato. Quando si scrive di un genio è necessario mettere in campo almeno un po’ di talento, è una questione di rispetto. Il livello poetico di Serge Gainsbourg è tale da richiedere attenzione ai dettagli, approfondimento di ogni sfumatura e una ricerca maniacale dei collegamenti interculturali messi in campo quasi in ogni verso. Un personaggio chiacchierato come Gainsbourg, che ha fatto del gossip un propulsore della fama abbagliando spesso l’uditorio con stelle filanti che nascondono lemmi di enciclopedia, esige almeno in percentuale la cura da lui dedicata alla creazione delle sue opere, campioni di un’arte minore, come insisteva a dire, che comprendono in background molte arti maggiori. È una questione di sensibilità e di rigore. Una volta riconosciuto l’immenso panorama di rimandi sepolto nella semplicità dei versi di una canzone, l’imperativo del recensore è cercare di non perdere nulla di quanto si agita sotto la superficie.

Fin dal sottotitolo “un poeta può nasconderne un altro”, si fa riferimento alla passione di Gainsbourg per il calembour, per il motto di spirito, la battuta salace. In che modo queste detonazioni del fraseggio comune diventano canzone o poesia?
M.O.: Il calembour è uno stratagemma che manomette il senso di una frase o anche di una sola parola per svelare piani di interpretazione inattesi. È l’anima prima degli aforismi, che sono definizioni tese a scardinare l’ordine costituito del testo sovvertendo con esso la riposante consequenzialità dei significati. La mente vorticosa di Gainsbourg, innamorata dei sonetti di Hérédia e Baudelaire, del verso alessandrino da inserire in un’opera rock come “L’histoire de Melody Nelson”, intrisa del potenziale anticonformista della “Lolita” di Nabokov, nell’applicarsi alla canzonetta di successo estivo non può tralasciare la vitalità brulicante delle mille accezioni, delle stratificazioni di senso, la vena d’oro dell’ambiguità lessicale. Per farlo senza apparire un trombone accademico, cosa lontanissima dalla sua indole, ricorre alla provocazione, spesso di segno sessuale, come farebbe un ragazzino indomito, uno che non si prende davvero sul serio sebbene sia solito procedere con assoluta serietà. La leggerezza che ne deriva tocca vette enigmistiche, custodisce tesori intatti donati al pubblico fanciullo come i lecca-lecca che seppero imbrogliare la sua fortunata interprete France Gall. “Le sucettes”, cui mi riferisco emblematicamente, uniscono nella loro apparente modestia giochi di parole tra orzo e orgia, Anna e anice, parlando di una dipendenza dal “drugstore” che trascende la mera salacità dell’operazione maliziosa poi esplosa sui tabloid. I passaggi segreti tra le parole sono il vero messaggio che, senza nulla togliere all’immediatezza del mezzo, offrono la visione di un mondo fondato su un linguaggio da manomettere. Il tutto con un senso per la musica fondato sui classici che il poeta eseguiva al pianoforte fin dall’infanzia, grazie alla formazione paterna, e sull’esperienza alimentare dell’intrattenitore da pianobar. La sprezzatura è la caratteristica primaria di un poeta professionista come Gainsbourg, che non ostenta la propria maestria ma ne offre i risultati senza calcare la mano sugli immensi giacimenti culturali che vi ha celato.

Tra i piani di attività di Gainsbourg, il cinema è forse quello meno celebrato, a dispetto di una filmografia – almeno da regista – di spessore e che aspetta di essere rivalutata; penso almeno a “Je t’aime moi non plus” (1976), “Equator – L’amante sconosciuta” (1983) e “Charlotte for Ever” (1986). Qual è la caratteristica che rende il suo cinema ancora così respingente?
M.O.: Una carriera d’attore di discreto successo ha preceduto il suo debutto nella regia. Bisogna ammettere che, pur apprezzato da François Truffaut e pochi altri in una strenua difesa dell’artista, il film di esordio “Je t’aime moi non plus” non è stato un episodio felice, sebbene non meritasse il linciaggio che con una certa volgarità gli ha dedicato il mondo dei critici. Non ancora pronto a tradurre la sua poetica nell’ampio spazio di un lungometraggio, Gainsbourg, fulminante nelle canzoni e negli aforismi, ha perso per strada l’arma principale della sua arte: l’ironia. E la sublime capacità di condensazione che si ammira in tutte le sue canzoni, nonché nel suo romanzo “Evguénie Sokolov” del 1980, in cui ogni sillaba trasuda sapienza, significato e humour, nella trasposizione filmica appare diluita, frammentata, annacquata fino al patetismo. Non a caso la canzone nata in seguito dalla colonna sonora del film, “Hey Johnny Jane”, raggiunge le vette più alte del lirismo rivalutando l’intera sceneggiatura grazie al tocco di pochi versi poetici in ipnotica successione. Insomma, anche come autore di videoclip e pubblicità Gainsbourg ha mano più esperta, giacché la sua forza è la sintesi di infiniti segni, e meglio si esprime nel corto, nel fulmineo, nel concentrato, nello stratificato. Nondimeno il film “Charlotte for Ever”, in cui il regista/protagonista presenta al mondo la figlia Charlotte destinata a una carriera cinematografica splendente, agglomerando nella figura di Stan the flasher la densità di un uomo che vive di flashback riassume magistralmente tutte le ossessioni gainsbourghiane facendone un gioiello claustrofobico ricco di charme. Un bel film nel quale compaiono stralci del suo romanzo, delle sue passioni letterarie, un compendio feticistico del suo mondo fino alla statuetta sopravvissuta della sua Rolls-Royce. Sa fotografare e riprendere, in profili Rembrandt con luci sciabolanti nell’oscurità, facendo però un film d’arte più che un film, il che non ha favorito il successo di pubblico. La verità è che un’anima eclettica come la sua non poteva evitare di indagare espressioni artistiche multiple, pur rimanendo legata all’universo più congeniale della poesia e della musica.

Erede spirituale di Boris Vian, Gainsbourg ha allievi artistici? Per paradosso, l’unico figlio artistico finisce per essere anche quello biologico, se pensiamo a certe scelte controtendenza di Charlotte…
M.O.: Charlotte è un miracolo genetico che nel mondo del cinema ha saputo superare non solo il padre ma anche la madre, Jane Birkin, che ne riconosce pubblicamente il sorpasso. Attrice mitica dei film di Lars von Trier, lei è la prosecuzione nel viso e nel glamour del connubio costituito dalla coppia canora e artistica più famosa del Novecento. La sua femminilità prende forza dal muso del padre e dalla bellezza della madre, raccogliendo in un unico corpo la sintesi di due anime gemelle. Il talento è innato ma anche accresciuto dallo studio e dal lavoro. Lei è l’allieva ideale del padre, quella che si stupiva se un giorno le si presentava senza barba sfatta, quella che ha imparato a superare l’ansia del ritocco estetico cui altre non resistono, per conservare in un’eredità controversa tutto il fascino imprendibile dell’intelligenza e del genio di Serge. A livello musicale poi molti sono stati i seguaci, i traduttori, gli ispirati e nessuno l’emulo, a riprova che un genio non si può e non si deve riprodurre. Che ce ne faremmo oggi di quadri picassiani non prodotti da Picasso?