Per la collana “I migliori film della nostra vita” di Gremese, arriva in libreria in coedizione in Italia e in Francia “Barry Lyndon di Stanley Kubrick” di Davide Magnisi, una monografia sul capolavoro storico del grande regista. Ne abbiamo parlato con l’autore, docente e critico cinematografico.

“Barry Lyndon” è uno dei classici immortali di uno dei registi più influenti e rispettati dell’intera storia del cinema. Come si inizia ad analizzare un film così storicizzato e che incute anche un certo timore reverenziale?
Davide Magnisi: Si inizia da una smisurata passione nei confronti del film e il suo impatto estetico sugli occhi e il cuore. “Barry Lyndon” è una specie di sogno a occhi aperti per ogni amante del cinema e dell’arte e io ho voluto viverlo esattamente così. Poi, segue, un’enorme mole di lavoro sui materiali, la storia della critica, la storia dell’arte, le musiche, i vestiti, le architetture e tutto l’universo del Settecento messo in scena da Kubrick. Un lavoro di anni, sostenuto dalla continua bellezza nel vedere e rivedere, pensare e ripensare, le immagini del film, quelle sequenze sinuose nella loro incantevole bellezza senza tempo.

L’illuminazione naturale, le ottiche per le fotografie satellitari, il puntiglio pittorico di ogni sequenza, la cura di ogni dettaglio tecnico, dalla musica al montaggio, fanno del film un punto di riferimento imprescindibile per la rappresentazione della storia su grande schermo. In che modo il lavoro di Kubrick ha alzato lo standard in questo senso e quali sono i film che maggiormente gli sono debitori?
D.M.: “Barry Lyndon” ha proprio cambiato la storia del film storico e in costume. Chiunque dopo ha pensato di cimentarsi con la ricostruzione del passato, non solo ma soprattutto del Settecento, ha idealmente fatto i conti con quest’opera di Kubrick. Mi viene in mente il recente “Illusioni perdute” (2021) di Xavier Giannoli: è una storia che pure ha dietro il capolavoro di Balzac, ma sembra così ispirato a “Barry Lyndon” che il confronto non può che venire in mente di continuo. Poi di sicuro anche “La nobildonna e il duca” (2001) di Eric Rohmer, ma è quasi inutile mettersi a fare l’appello. Semplicemente, quest’opera di Kubrick ha talmente elevato lo standard del film in costume, ha così segnato una via riguardo la cura di ogni dettaglio, compresa la luce il più possibile naturale di cui parlavi, che rimane lì negli occhi di ogni regista. Un modello finora ineguagliato, comunque, secondo me.
Quello che Kubrick riprende non è soltanto l’estetica del Settecento, ma proprio la sua anima, la sua essenza, il raggelamento nel rito, nella posa, di una società che credeva di essere arrivata all’apice della raffinatezza culturale e intellettuale. Nonostante questo, come cerco di mostrare nella monografia, è un secolo dove la crudeltà e la barbarie umana non ha mai, come sempre, smesso di manifestarsi.

In che modo, attraverso il romanzo di Thackeray, Kubrick riesce a mettere in scena una parabola della sconfitta tremendamente personale e perfettamente ascrivibile al suo mondo poetico?
D.M.: Il pessimismo della ragione di Kubrick è cinematograficamente proverbiale. Il romanzo di Thackeray è un affresco più ampio e dispersivo, risente fortemente del romanzo picaresco che lo scrittore voleva omaggiare. Kubrick scarnifica la trama delle avventure letterarie di Barry Lyndon secondo una linea tragica di ascesa e caduta. Condensa in questa storia una parabola umana dolorosa e universale, fatta di ricerca del successo, grandi speranze e illusioni perdute. Un romanzo di formazione che è come la nostra vita, dipingendo con un languore inestinguibile la malinconia per quello che diventiamo, per i sogni che perdiamo e distruggiamo, dentro noi stessi e negli altri, fino a che la vita ci presenta inesorabilmente il conto, segnato da un’inevitabile, amara, sconfitta.