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Il Sordi di Edoardo Pesce per Raiuno: tenero, tenace e “incassatore”

L’angolo di Michele Anselmi 

Fa niente se un lontano familiare di Alberto Sordi, Igor Righetti, ha fatto pubblicamente le pulci al tv-movie con Edoardo Pesce nel ruolo impegnativo di Albertone, enumerando imprecisioni e assenze. I parenti sono sempre insoddisfatti, specie se non vengono coinvolti nel progetto. Ma diciamo la verità: che cosa importa se sul set di “Scipione l’Africano” le cose andarono un po’ diversamente o se non viene evocato il rapporto con la religione cattolica? Francamente nulla.
“Permette? Alberto Sordi” appartiene a quel genere biografico tipico di Raiuno, prima serata; e d’altro canto il regista Luca Manfredi ha riproposto pari pari lo schema usato con “In arte Nino”, cioè ricostruire la vita, gli amori e i patimenti di un attore famoso prima della fama. Lì c’era Elio Germano, davvero portentoso nel riproporre l’espressività ciociara (voce, gesti, tormentoni) di Nino Manfredi; qui è toccato a Edoardo Pesce, sì il gigante cattivo di “Dogman”, una sfida ancora più impegnativa, giacché il romanissimo Sordi fa tutt’uno col suo personaggio, almeno così ci piace pensare (nella vita vera non era proprio così).
Andato in onda martedì sera su Raiuno, dopo vari spostamenti di date, “Permette? Alberto Sordi” arriva nel centenario della nascita, che cade il prossimo 15 giugno, nel quadro di una serie di omaggi (due documentari, una mostra, pubblicazioni varie) rimasti un po’ per aria a causa del coronavirus. Ma lo sguardo non è agiografico, semmai rassicurante, dolciastro, con colori pastellati, ambientazioni e scenografie così così, il solito eccesso di musica, la scansione drammaturgica che procede per scenette, ora buffe ora drammatiche.
Nel suo genere funziona, nel senso che dopo un po’ ti abitui a questo Sordi dalle sopracciglia finte allungate sulla fronte per restituire un certo broncio tipicamente sordiano, e a quel punto si fa meno caso anche all’età di Pesce, oggi 41enne. L’arco temporale preso in esame va infatti dal 1936 al 1954, il che significa che nella prima scena Sordi ha 16 anni e nell’ultima 34. Ne esce l’immagine di un gran “incassatore”, un giovanotto caparbio e risoluto, a suo modo tenero e innocente, deciso a sfondare contro tutto e tutti. Un po’ come “il dentone” di quel celeberrimo episodio del film “I complessi”.
Salito a Milano per frequentare l’Accademia dei filodrammatici, Sordi viene espulso per via della calata troppo romanesca, perde il lavoro all’hotel Continentale, e pure Vittorio De Sica, amichevolmente arpionato nella hall, lo scoraggia a causa di quel “faccione” poco cinematografico. Invece Sordi non demorde. Fa la comparsa a Cinecittà, strappa applausi con il varietà e nel frattempo diventa l’inconfondibile voce italiana di Ollio, perfetta nel sodalizio con Mauro Zambuto che fa Stanlio. Ma lui sogna il cinema, il nome in cartellone, e ci vorrà qualche anno ancora prima che, tra piccoli ruoli e brucianti delusioni, arrivi il trionfo popolare con “Un americano a Roma”.
Nel film di Manfredi ci sono il contesto familiare, qualche eco delle leggi razziali, lo scoppio della guerra, De Sica posseduto dal gioco, il birignao della doppiatrice delle star Tina Lattanzi; ma soprattutto l’amicizia profonda con Federico Fellini, che lancerà Sordi con “Lo sceicco bianco”, e l’amore tribolato per Andreina Pagnani, più grande e famosa di lui. Il riminese è incarnato da Alberto Paradossi, l’attrice da Pia Lanciotti, mentre Lillo Petrolo appare a sorpresa nei panni di un Aldo Fabrizi assai preso dalla “carbonara”.
Il tono è spesso bozzettistico, leggero, poco si approfondisce, appunto da prima serata Raiuno; e tuttavia Pesce restituisce con una certa grazia le mosse, gli sguardi, le invenzioni vocali di un Sordi descritto come tenace e infantile, pure anaffettivo, consapevole d’essere ignorantello ma sicuro di avere una marcia in più.

PS. Se l’avete perso e siete interessati, il film può essere visto su Raiplay.

Michele Anselmi

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