L’angolo di Michele Anselmi

La serie doveva chiamarsi “Cinque pezzi facili”, immagino in ricordo del bel film di Bob Rafelson del 1970 con Jack Nicholson; poi è stato girato un sesto monologo e i pezzi sono diventati sei. Ecco allora “Sei pezzi facili”, che segna il momentaneo ritorno alla Rai di Paolo Sorrentino dopo varie esperienze con Sky e Netflix. Normale quindi che nella Sala degli Arazzi di Viale Mazzini stamattina si respirasse un clima da evento culturale, con l’amministratore delegato Carlo Fuortes a fare orgogliosamente da padrone di casa.
Se pochi giorni fa era toccato a Marco Bellocchio, la cui serie “Esterno Notte” sarà programmata il 14, 15 e 16 novembre su Raiuno, oggi è stata la volta del laconico regista napoletano. Che cos’è “Sei pezzi facili”? Un caldo omaggio alla drammaturgia teatrale di Mattia Torre, morto nel 2019, a causa di un maledetto tumore, a soli 47 anni. La scrittura di Torre, per teatro, cinema e televisione, è circonfusa da un’aura di indiscutibile talento, e certo toccante e diffuso fu il cordoglio dei colleghi quando si spense quella giovane vita (uscì postumo il film “Figli” che aveva scritto e avrebbe dovuto dirigere).
Sorrentino conosceva e apprezzava Torre, così un annetto fa nacque l’idea di riprendere all’Ambra Jovinelli, con il pubblico vero seduto in platea, alcuni pezzi, per lo più monologhi, composti nel tempo dal drammaturgo e pensati su misura per alcuni interpreti. “Mattia aveva idee precise sugli spettacoli. Il suo teatro è autosufficiente e compiuto. Io ho solo fatto una regia con minimi appigli cinematografici, cercando di movimentare un po’ la messa in scena” ha spiegato Sorrentino. Così è.
I sei pezzi, di circa una mezzora l’uno, andranno in onda ogni sabato su Raitre, in prima serata, dal prossimo 19 novembre, ma uno di essi, “Gola”, si potrà già vedere su Raiplay sabato prossimo, a mo’ di anticipazione. E proprio “Gola”, cucito addosso a Valerio Aprea, è stato mostrato ai giornalisti. Gli altri pezzi in questioni sono: “Migliore” con Valerio Mastandrea, “Perfetta” con Geppi Cucciari, “Qui e ora” con Paolo Calabresi e Valerio Aprea, “456” con Massimo De Lorenzo, Cristiana Pellegrino, Carlo De Ruggieri, Giordano Agrusta, “In mezzo al mare” ancora con Aprea. Produce The Apartment di Lorenzo Mieli.
Con la sua scrittura scenica Torre amava scandagliare i luoghi oscuri dell’esistenza, spesso partendo da eventi traumatici, incidenti d’auto e nevrosi familiari, per estrarne dei sapori, a tratti “beckettiani”, intrisi di affondi dialettali e riflessi sarcastici, con un piglio generazionale a condire il tutto.
“Gola”, da questo punto di vista, si propone, leggo dal press-book, “come un ritratto dell’Italia attraverso il morboso rapporto con il cibo, simbolo di sovrabbondanza, di falso benessere ma anche di voragini psichiche”. Ecco dunque il solitario Aprea, di fronte a un leggio, che fa risalire alla fine della Seconda guerra mondiale questa sorta di “fame atavica”, pantagruelica, di cui saremmo vittima tutti noi italiani: “un Paese che mangia senza se e senza ma”.
Il monologo divaga sul culto della “tiella” da riconsegnare alla legittima proprietaria, sul ripudio tutto italiota di “alzarsi da tavola con ancora un po’ di appetito”, su quello che viene definito “pacifismo gastronomico”, su “quest’Italia a forma di spuntature di maiale”. Il tono è asprigno, fitto di battute in romanesco e di appunti socio-antropologici; in sala, ripresi dalle cineprese abilmente mosse da Sorrentino, molti sorridono di gusto.
Eppure, so che mi farò dei nemici, il pezzo in questione non mi è parso così lontano, per sensibilità e andamento, da certi standard pop di Enrico Brignano, Maurizio Battista o Flavio Insinna. Saranno certamente migliori gli altri cinque, ne sono convinto.

Michele Anselmi