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“Il terzo giorno”. Intervista al regista Lamberto Bava sul romanzo che ha previsto la pandemia

«Il terzo giorno. La fine del mondo. Una foto riempie la pagina. Si vede un grande aereo passeggeri precipitato, caduto in una piazza. Potrebbe essere Times Square o Piccadilly Circus».

Maestro del fantastico per immagini, disponibile e generoso come sempre, Lamberto Bava ha accettato il nostro invito a parlare di “Il terzo giorno”, il romanzo pubblicato da Cut-up che racconta la cronaca di una epidemia mondiale che finisce col trasformarsi in un momento di riscatto. Dopo “Solo per noi vampiri”, il primo romanzo edito da Profondo rosso editore, il regista di “Macabro”, “Fantaghirò” e “Ghost Son” conferma una narrazione serrata e diretta, immaginifica e imprevedibile.

“Il terzo giorno”, pubblicato da Cut-up ad inizio 2020, prima della pandemia da Covid-19 racconta di un morbo misterioso e devastante che comincia a mietere vittime a Roma e in altre città del mondo… Come ti è venuta l’idea di questo romanzo che per certi versi si collega anche alla cronaca?
Lamberto Bava: “Il terzo giorno” parla di una pandemia che ha quasi distrutto l’umanità, ventisei anni prima. L’ho scritto nell’estate del 2019, tra luglio e agosto, in un periodo in cui di virus, di pandemie, non si pensava. Io a scrivere ci metto un sacco di tempo, sono pieno di dubbi, ripensamenti, come mai per “Il terzo giorno” ci ho messo solo due mesi, avevo fretta? Come mai quell’idea mi era balenata nella mente. Solo un caso? Avevo percepito qualcosa? Forse…. Si era aperta una finestra spazio tempo, una visione futura distorta, per alcuni versi ingannevole. Sicuro più passano i giorni, più sono sicuro di aver percepito qualcosa. Ho scritto tutto di getto, avevo quasi la sensazione che le dita andassero avanti da sole sulla tastiera.

Come nel tuo capolavoro cinematografico “Dèmoni”, anche in “Il terzo giorno” ad essere protagonisti sono un uomo e una donna di fronte alla catastrofe. Cosa ti piace di questa impostazione di racconto quasi archetipica?
L.B.: All’inizio è quasi un viaggio di iniziazione. Due ragazzi partono alla scoperta di quello che è successo ventisei anni prima, per comprendere, per sapere. Quando si trovano di fronte alle prove del disastro, faccio subentrare un’altra coppia, che racconta quello che realmente è avvenuto. Il racconto va avanti cosi tra passato e presente. Sono due le coppie archetipo di oggi e di ieri.

Anche questo romanzo dimostra la tua verve da narratore non solo per immagini. Qual è la differenza tra scrivere una storia destinata alla pagina scritta e una per il grande o il piccolo schermo?

L.B.: Io scrivo vedendo le immagini di quello che scrivo, non c’è molto differenza tra un mio romanzo e una mia sceneggiatura. Quando giravo un film per il cinema o la televisione, non facevo differenze, usavo sempre la pellicola 35 mm. Attori in primi piani o campi lunghi, secondo le esigenze che sentivo.

Hai scritto altri romanzi o racconti nell’ultimo anno?
L.B.: Sto scrivendo proprio ora un altro romanzo, più difficile, più intimo, parlo con personaggi che non sai mai se sono vivi o erano vivi.

(a cura di Marco Chiani)

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