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Il traditore. Tra morte e amore, Bellocchio torna alla storia italiana

Per la terza volta, negli ultimi dieci anni, il cinema di Marco Bellocchio affronta di petto la storia italiana. Era già successo in Vincere nel 2009 e in Bella addormentata nel 2012. Il primo fu presentato a Cannes; il secondo a Venezia. Come a voler chiudere un cerchio metaforico, con Il traditore, il regista piacentino torna in concorso a Cannes. E lo fa piegando il racconto storico alle ossessioni e ai fantasmi che attraversano il suo cinema fin dal lontano 1965.

Il traditore, infatti, racconta la storia di Tommaso Buscetta, boss dei due mondi nonché primo grande pentito di mafia. La sua vicenda è raccontata a partire da un evento ben preciso, organizzato a Palermo durante la festa di Santa Rosalia. Pierfrancesco Favino, che presta il proprio volto a Buscetta, si aggira guardingo e silenzioso tra gli interni di un appartamento in festa. È in corso la pacificazione tra la vecchia mafia palermitana e la nuova corleonese. Tutto il primo sintagma si rivela uno straordinario oceano di spinte magmatiche che eromperanno con forza nel corso delle successive due ore e venti di film. I primi minuti, infatti, contengono in incubazione le vertigini cui andrà incontro lo sguardo dello spettatore. Buscetta è un uomo in più, che affronta, fin dalle primissime scene, il fantasma della solitudine e del fallimento genitoriale (la scena in cui recupera il figlio in spiaggia è straziante). Allo stesso tempo, però, poco prima di fuggire in Brasile e di abbandonare la famiglia, posa per una foto di gruppo, vestito di bianco e circondato da tutti coloro che, poi, lo accuseranno di essere un traditore e lo minacceranno di morte. La scena si sposta in Brasile ed il montaggio ellittico lavora sul non detto e sulle pieghe del visibile. L’estradizione riporta l’uomo in Italia, dove Buscetta matura l’importante decisione di collaborare con Giovanni Falcone e di fornire al magistrato i primi dati concreti sull’organizzazione di Cosa Nostra. È un percorso senza ritorno che Bellocchio imbocca disseminando il film di spettri e di oscuri presagi di morte, presenza costante ne Il traditore.

Si uccide per eliminare testimoni, per vendicare il tradimento e punire la parentela, per colpire il germe della terra nonché principio genealogico del mondo. È proprio questa fusione tra morte e amore, così fondamentale per descrivere una terra come la Sicilia, unita agli echi da tragedia greca che caratterizzano i diversi processi portati in scena, a trasformare il film di Bellocchio in un tesoro denso di linee di lettura e di possibilità interpretative. La famiglia si santifica e si distrugge. Si ama e si abbandona. È (anche) la famiglia a definire Buscetta un traditore e a far assumere all’uomo lo statuto di figura cristologica che si sacrifica per mondare i peccati altrui.

Ma Falcone e Buscetta stesso sono consapevoli che la morte incombe dietro l’angolo e che, in fin dei conti, si tratta solo di capire chi, tra i due, morirà prima. Toccò al magistrato essere rapito per primo dalla signora con la falce. A Buscetta, invece, il regista riserva una parte finale di vita amara, condannandolo a squarci emotivi che lacerano lo schermo e ad una conclusione speculare rispetto alla sequenza iniziale. Nel suo essere eminentemente un film di interni, Il traditore ossigena lo spettatore e respira, quasi come fosse un organismo vivente, attraverso costanti dilatazioni e restringimenti nel ritmo. E Bellocchio, da 79enne, consegna al pubblico un film pulsante e libero come pochi altri suoi colleghi sanno fare.

Matteo Marescalco

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