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Il turismo che sfregia la Sardegna: “Assandira” di Mereu. Un amore lesbico dagli USA, i ragazzini tosti dall’Iran

Il turismo e la Sardegna?
“Assandira” di Mereu
Un amore lesbico dagli Usa

 La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor / 6

Chissà cosa dirà l’attuale governatore della Sardegna, il leghista Christian Solinas, di “Assandira”, il nuovo film di Salvatore Mereu approdato alla Mostra, purtroppo fuori concorso (avrebbe meritato di più). Vi si parla di turismo aggressivo e tradizioni mercificate, di cinismo moderno e dignità antica; e anche se la storia si svolge alla fine degli anni Novanta, quando nessuno avrebbe mai potuto prevedere il contagio da Covid-19, l’apparizione di alcune mascherine sul volto dei personaggi, connesse alla rimozione di animali morti bruciati, induce qualche pensiero riferibile  all’oggi.

Il sardo Mereu, classe 1965, di Dorgali, per questo suo quinto film si è rivolto a  un denso romanzo giallo del conterraneo Giulio Angioni (Sellerio), cambiando qualcosa. Se i turisti originariamente erano danesi, qui diventano tedeschi, e certo sono ritratti sullo schermo con notevole perfidia, diciamo pure con qualche becero stereotipo. Benché tutto sia destinato ad essere rovesciato nel corso del film, perché, come scrive Mereu, “in una storia c’è sempre una parte nascosta che può attenere al nostro privato”. Già: i dilemmi della natura umana, la forza dei sentimenti nascosti.

Si  comincia sotto una pioggia che flagella uomini, cose e animali. Un pastore settantenne, Costantino, si aggira tra le rovine di un agriturismo devastato dalle fiamme. Disperato, attonito, lacero. Nell’incendio è perito il figlio Mario e sua moglie, una tedesca incinta, lotta tra la vita e la morte in ospedale. Il rogo è stato casuale o doloso?

Il film, lungo più di due ore, ricostruisce gli eventi attraverso il serrato confronto tra un magistrato pietoso e il vecchio pastore. E così scopriamo che fu la berlinese, subodorando l’affare insieme al coniuge sardo, a trasformare un vecchio ovile diroccato nell’agriturismo “Assandira” (significa “saluto al sole”), meta di turisti affamati di colore locale, di riti, usanze, musiche e cibi legati alla pastorizia. Sulle prime Costantino recalcitra, incapace di adeguarsi alla goffa recita in costume in favore dei villeggianti; poi si adegua, sul filo di un coinvolgimento tra emotivo e sentimentale che custodisce un doppio segreto, in buona misura indicibile. Dovrete vedere il film per saperlo.

L’82enne Gavino Ledda, sì il pastore/scrittore di “Padre padrone”, incarna sullo schermo il tormentato Costantino, togliendosi una dozzina di anni: dice e non dice al magistrato, si porta dentro un rimorso bruciante, trapunto di vergogna, non sarà facile sapere da lui come andarono i fatti. Gli sono accanto due attori professionisti, la tedesca Anna König e il sardo Corrado Giannetti, nei ruoli della nuora e del giudice, mentre gli altri interpreti, a partire da Marco Zucca che fa il figlio, sono presi dalla strada. Con i modi del giallo a sfondo antropologico, il film si muove tra avidità moderniste e radici rurali, tra dettagli torvi e pulsioni sessuali, il tutto stampato sul viso quasi ligneo del pastore esausto. Però qualche sforbiciata al montaggio non avrebbe guastato. Nelle sale con Lucky Red dal 9 settembre.

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La dura vita nei campi torna anche in “The World to Come”, uno dei due titoli in concorso. Il film, diretto dalla norvegese Mona Fastvold sulla base di un racconto di Jim Shepard, ci riporta nell’America agricola del 1856, poco prima della Guerra civile. Tosta è la vita delle mogli contadine nella contea di Onondaga, tra boschi e montagne. La silenziosa e fattiva Abigail, sposata con l’agricoltore Dyer, ha da poco perso la figlioletta Nellie causa  difterite. “Sono diventata il mio dolore” scrive nel diario personale, sentendosi sempre più sola in quei luoghi inospitali. Un giorno, però, nella vicina fattoria arriva una giovane coppia senza figli: lei, Tallie, è una donna molto bella, elegante, dal fare pacato e grazioso; lui, Finney, è autoritario, conosce la Bibbia a memoria e vorrebbe un figlio ad ogni costo. Inutile dire che tra le due moglie nasce un sentimento di solidarietà, affetto, comprensione: il sesso cementa il resto. Come reagiranno i rispettivi mariti?

Girato in Romania, al pari di tanti film americani di ambientazione ottocentesca, “The World to Come” ha una scansione quasi epistolare, con la voce fuori campo di Abigail che descrive sensazioni e soprassalti, timori e rivendicazioni. A suo modo è la versione country di “Ritratto di giovane in fiamme”, anche se il film trascende la dimensione “lesbica” della vicenda, per dirci qualcos’altro sull’universo emotivo femminile.

Senza trucco e in abiti d’epoca, Katherine Waterstone e Vanessa Kirby incarnano bene le due donne infelici, così uguali e diverse: l’una mora e con le lunghe trecce, l’altra bionda e disinibita. Per la Kirby, protagonista anche di “Pieces of a Woman”, sempre in gara alla Mostra, la conferma  di un momento d’oro. A me il film non dispiace, anche se ho registrato commenti freddini.

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Applausi in sala, invece, per l’iraniano “Korshid”, tradotto come “Figli del sole”. In effetti un gran bel film, di quelli che sanno intrecciare causa nobile e felicità espressiva. Il regista Majid Majidi lo dedica ai 152 milioni di bambini sfruttati nel mondo attraverso il lavoro minorile.

A Teheran lo svelto Alì e i suoi tre amici per la pelle rubano ruote di auto di lusso per tirar su qualche soldo, ingaggiati da un vecchio lestofante. Un giorno il ragazzino, pure con mamma in manicomio, viene a sapere che nelle gallerie sotto la “Scuola del Sole”, dove si prova a togliere dalla strada bambini randagi e senza istruzione, si cela un enorme tesoro nascosto. Vero? Falso? La leggenda sembra confermata. Così Alì s’iscrive senza convinzione a quella scuola, sempre a un passo dallo sfratto, e comincia a scavare, scavare, scavare…

Non pensate ai film di Kiarostami o Panahi. “Khorshid” adotta modelli cromatici e narrativi squisitamente occidentali, ma senza tradire le atmosfere di un certo neorealismo iraniano, sia pure contagiato da sapori dickensiani. Ne esce un film avvincente, toccante, non retorico, che la giuria farebbe bene a considerare in vista dei premi. Di sicuro non sarà facile, per chi lo vedrà, dimenticare lo sguardo fiero e tenace del piccolo Alì, quel suo viso ricolmo di lentiggini: è lo stupefacente Rouhollah Zamani.

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