In libreria per Gremese, “Il Vangelo secondo Matteo e La ricotta di Pier Paolo Pasolini” approfondisce due dei titoli più “scandalosi” del grande cineasta e poeta. Ne abbiamo parlato con i due autori, Marika Iannuzziello e Paolo Speranza.

Dopo due film di rottura come “Accattone” e “Mamma Roma”, è interessante notare come sia un mediometraggio come “La ricotta” a segnare un nuovo corso del cinema di Pasolini. Quali sono le caratteristiche che rendono questa mezz’ora – per alcuni – addirittura il risultato più alto della sua intera carriera cinematografica e così seminale per la successiva riflessione dell’autore sul mezzo?

Marika Iannuzziello & Paolo Speranza: Ad un primo livello di lettura, “La Ricotta” sembra seguire il corso intrapreso da Pasolini al suo debutto cinematografico e confermato con la realizzazione del suo secondo film. Probabilmente, il poeta di Casarsa, nuovo nel mestiere di cineasta, scelse di rimanere inizialmente in una sorta di comfort-zone, proponendo sullo schermo personaggi, storie e ambientazioni non molto dissimili da quelli che emergono dai due romanzi che gli avevano regalato il successo.
Tuttavia, “La Ricotta” rappresenta il momento in cui lo scrittore romano tagliò, anche se non di netto, il cordone ombelicale con la pagina scritta e iniziò a misurarsi liberamente con il linguaggio cinematografico. La storia del povero Stracci può considerarsi certamente l’ultimo capitolo della “trilogia del sottoproletariato romano”, ma è anche il primo capitolo del cinema di poesia, un’operazione meta-linguistica attraverso la quale Pasolini iniziò a riflettere sulla settima arte. Ne venne fuori un prodotto ibrido, cangiante, inaspettato, da cui probabilmente deriva quel fascino che molti gli hanno riconosciuto.
Come lo stesso Pasolini ebbe modo di dichiarare, probabilmente anche la forma del mediometraggio, nel costringerlo alla sintesi, contribuì a farne un’opera fortemente ispirata.

“Il Vangelo secondo Matteo”, nonostante i sequestri, gli scandali e tutto il carosello mediatico che si è portato dietro, a quasi sessant’anni dalla sua uscita, finisce spesso al primo posto delle varie liste dei grandi film a tematica religiosa. Qual è la forza di un film che anche iconograficamente segna uno iato abissale rispetto alla tradizione?

M.I. & P.S.: Il grande sforzo di rispetto e sincerità con il quale Pasolini scelse di raccontare la storia di Gesù traspare fortemente dalla pellicola, costituendo la premessa del suo successo.
Il regista fu certo, da subito, che sarebbe rimasto fedele al Testo sacro, senza però tradire sé stesso.
Spogliò il film da tutte le sovrastrutture costruite nei secoli dalla Chiesa e più recentemente dall’industria cinematografica, rinunciando non solo all’iconografia tradizionale ma anche al technicolor e agli attori famosi, che gli avrebbero garantito un sicuro successo al botteghino. Una scelta tanto rischiosa quanto coraggiosa, che permise al Vangelo pasoliniano di distinguersi tra i film del filone biblico e di raccogliere l’apprezzamento, oltre che del pubblico, di molti critici cinematografici di ieri e di oggi, anche d’oltreoceano.
Inoltre, la fedeltà a Matteo non impedì a Pasolini di attualizzare la Storia sacra, facilitato dalla scelta, inizialmente di ripiego, di girare il film in un Mezzogiorno non ancora industrializzato, dopo i deludenti sopralluoghi in Palestina. Le coordinate geografiche delle location finirono per diventare un vero e proprio manifesto programmatico. Il Sud Italia degli anni ’60 appare nella pellicola con discrezione e dignità, lasciando emergere l’universalità della Storia Sacra nel tempo e nello spazio.

Quali sono gli elementi che accomunano i due lavori e in che modo avete deciso di trattarli parallelamente nel vostro libro?
M.I. & P.S.: Pasolini concepì l’idea di realizzare “Il Vangelo secondo Matteo” nell’ottobre del 1962 e lo girò soltanto tra la primavera e l’estate del 1964. Al suo debutto alla Mostra di Venezia, nel settembre del 1964, pur non vincendo il Leone d’oro, il film si aggiudicò il Premio dell’Office Catholique International du Cinema (OCIC).
Nel mezzo, il regista fu costretto a difendersi dall’accusa di vilipendio della religione di Stato per il mediometraggio “La Ricotta”, che venne posto sotto sequestro per diversi mesi, creando seri problemi economici al produttore Alfredo Bini che, nel frattempo, era alla disperata ricerca di finanziamenti per “Il Vangelo”.
La genesi dei due film e il modo in cui il loro destino si intrecciò in modo così sorprendente è ampiamente raccontato nel libro, nel quale larga parte è stata riservata anche alla rassegna stampa, che regala non poche sorprese.
Impossibile, infatti, anche per i critici dell’epoca, evitare i confronti.
Entrambi i film, seppure in modo diverso, toccavano la tematica religiosa ma il destino aveva riservato loro uno strano scherzo, collocandoli su posizioni assolutamente antitetiche dal punto di vista dell’accoglienza: “La Ricotta” andò a finire in tribunale, mentre “Il Vangelo” girò il mondo, raccogliendo consensi ovunque, anche sulla stampa cattolica.
Tuttavia, è stato interessante registrare che, secondo alcuni giornalisti, la volontà di Pasolini di rimanere fedele a Matteo fosse condizionata in realtà dal timore di finire nuovamente in un’aula di tribunale, e ne costituì il suo limite. Qualcuno si spinse addirittura ad affermare che il vero Vangelo di Pasolini fosse “La Ricotta”.
In realtà, emerge in modo piuttosto evidente che si tratta di due opere molto diverse tra loro: “La Ricotta” può essere considerata addirittura una sorta di vademecum per il regista degli errori che non avrebbe dovuto commettere nel trattare la materia sacra, il che porterebbe a concludere che i due film presentino più differenze che punti di contatto.