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Il veterano “svalvolato” e la ministra nel mirino: “Bodyguard” su Netflix

L’angolo di Michele Anselmi

Non mi meraviglia che il 23 settembre del 2018 gli inglesi siano rimasti incollati davanti al televisore per vedere la fine di “Bodyguard”. La sesta puntata della serie targata Bbc One, ideata da Jed Mercurio, con Thomas Vincent e John Strickland alla regia, totalizzò 11 milioni di telespettatori, per uno share del 41 per cento. Posso capire, dopo averla vista, i motivi del successo, perché dentro, ben disposta sulla graticola, c’è parecchia carne al fuoco: i guasti provocati dalla guerra in Iraq e Afghanistan, le manovre politiche per restare in sella al numero 10 di Downing Street, le saldature tra criminalità organizzata e politicanti corrotti, la rivalità acerrima tra polizia e servizi segreti, la difesa delle libertà individuali nella lotta al terrorismo islamista, più naturalmente “il fattore umano”, incarnato dal sergente David Budd, tornato dal fronte con la schiena ustionata ed evidenti disturbi da stress post-traumatico. Il tutto, se interessa, lo trovate sulla piattaforma Netflix.
Siamo un po’ dalle parti di “Luther”, per dire dello stile, in una Londra postmoderna, sfavillante e insieme esposta ai micidiali ordigni dell’Isis. Il suddetto Budd, dopo aver sventato con notevole abilità dialettica un attentato sul treno nel quale viaggiava insieme ai due figlioletti, si ritrova promosso sul campo: d’ora in poi sarà il capo della scorta che si occupa del Segretario di Stato, che è una donna ambiziosa, ultra-conservatrice e bellicista, e però dotata di un ragguardevole fascino, tale Julia Montague.
Un po’ come succedeva nell’altro “Bodyguard”, quello hollywoodiano con Kevin Costner e Whitney Houston, i due all’inizio non si prendono proprio, lei mal sopporta le regole imposte dalla superguardia del corpo, lui abbozza senza deflettere. Poi però qualcuno comincia a sparare da un tetto e naturalmente le cose cambiano.
Richard Madden e Keeley Hawes incarnano i due personaggi, entrambi separati dai rispettivi consorti, s’intende costretti a fidarsi l’uno dell’altra, e chissà se scatterà qualcosa di più intimo nel crescere della tensione. Intanto il dispositivo narrativo moltiplica storie e sottostorie, lasciando affiorare un gigantesco complotto politico destinato a fare molti danni se condotto in porto. Avrete capito che nessuno dice davvero la verità in “Bodyguard”, incluso il sergente-eroe, così tormentato dai fantasmi della sporca guerra da dare volentieri di matto quando meno te l’aspetti.
Per apprezzare la serie bisogna un po’ lasciarsi andare all’intreccio da thrillerone politico, perdonando qualche lungaggine e accettando svariate incongruenze; ma vi assicuro che la puntata conclusiva è davvero formidabile, a suo modo “bombastica” (e non dico di più).

Michele Anselmi

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