L’angolo di Michele Anselmi

Lo scrittore pratese Sandro Veronesi ha compilato due intere pagine su “La Lettura” di domenica scorsa per spiegare che, con “Il colibrì”, s’è comportato esattamente come gli consigliò Moravia. E cioè: “Vendi i diritti e disinteressati del resto, poi vai al cinema a vedere il film e di’ solo: mi piace o non mi piace”. A quanto pare il letterato ha apprezzato, infatti confessa, alla fine della pappardella divagante: “Mi piace molto”. Meno male. Tuttavia, pur sfilandosi dalla sceneggiatura firmata dalla regista Francesca Archibugi insieme a Francesco Piccolo e Laura Paolucci, lo scrittore deve essersi fidato sulla parola: infatti compare in una scena nella nebbia, maglione a collo alto e giacca di velluto, nei panni del lontano amante fiorentino di una madre architetta.
Dopo un passaggio stasera alla Festa del cinema di Roma, “Il colibrì” esce domani, venerdì 14 ottobre, nei cinema italiani, in centinaia di copie, targato Rai Cinema e Fandango. Film parecchio atteso: sia perché il romanzo da cui è tratto, edito da La Nave di Teseo, ha vinto il Premio Strega nel 2020 ed è stato molto letto e venduto, sia perché la complessa struttura elaborata da Veronesi, tra frammenti di memoria, commenti dell’autore, frequenti flashback al passato ma anche prolessi, ovvero salti temporali nel futuro, rappresentava una sorta di scommessa cinematografica. Vinta? In qualche misura sì, almeno dal punto di vista dello stile che Archibugi, molto citando sé stessa, applica al suo film nel raccontare quattro generazioni legate al protagonista Marco Carrera, incarnato da Pierfrancesco Favino.
È lui il “colibrì” del titolo: perché da bambino minuto e basso di statura, ma soprattutto, ecco la metafora, perché quell’uccellino è capace di rimanere quasi immobile, a mezz’aria, grazie a un rapidissimo battito alare, fino a settanta battiti al secondo. Insomma la sua apparente immobilità è frutto di un lavoro vorticoso. Esattamente come la vita di Carrera, un occhialuto e compìto medico oculista con la passione del gioco d’azzardo che appare come pietrificato dagli eventi, capace di straordinarie acrobazie esistenziali, teso a non far soffrire nessuno, benché debba muoversi in una vita costellate di lutti, dolori e malattie incurabili.
C’è una scena ricorrente nel film, poi capiremo a che cosa prelude. L’ormai adulto protagonista, seduto sul divano nella villetta al mare di famiglia con vista su isolotto toscano, risponde a un numero sconosciuto: “Sì, sono io, sono Marco Carrera”. E da lì ogni volta si riparte, per un andirivieni temporale che intreccia memorie infantili e presunto presente, vite che si spengono e amori che nascono, scene da due matrimoni e platonici adulteri, mogli da dimenticare e nipotine da crescere.
Forte è il tono melodrammatico in questa storia corale, di ambientazione altoborghese, che si srotola tra Firenze e Roma, con qualche toccata parigina, perché Carrera, sposatosi con una hostess infelice, psicotica e bugiarda che gli ha dato una figlia, in realtà ha sempre amato l’italo-francese Luisa conosciuta da bambino, idealizzandola, rinunciando a fare sesso con lei: “Così possiamo vederci sempre e non si fa del male a nessuno”.
A suo modo equilibrato e responsabile, il personaggio inventato da Veronesi è invece un uomo tragicamente ridicolo che rifugge le scenate familiari spiate da bambino insieme ai suoi fratelli. In un’impietosa confessione la moglie adultera Marina gli fa: “Sì, ti ho sempre mentito, ma tu hai fatto di peggio. Mi hai creduto”. Ecco, sta qui la quasi cechoviana irresolutezza dell’uomo, poi costretto dagli eventi a prendere in mano la propria vita, a scuotersi, anche a redimersi, fino al commiato quieto un po’ alla maniera di “Le invasioni barbariche” (chi ricorda il film canadese capirà).
Archibugi mette in scena l’intricato materiale umano di cui si compone la pagina scritta – fatti e parole, litigi e suicidi, rancori e fughe, bugie e agonie – senza farsi intimidire, e sta qui, mi pare, il pregio di un film certo molto ambizioso che copre un vasto arco temporale: dagli anni Settanta a un futuro prossimo venturo. Determinante mi pare il contributo di Esmeralda Calabria al suggestivo montaggio, e certo la fotografia di Luca Bigazzi illumina il corso delle stagioni, dosando effetti e nostalgie. Purtroppo, senza nulla togliere alla colonna sonora di Battista Lena, l’uso che si fa della musica rientra nella pigrizia tipica del cinema italiano: archi spalmati su tutto, anche quando i personaggi parlano in modi serrati e ci dovrebbe essere silenzio, come se non ci si fidasse di quanto scritto in sceneggiatura.
Poi c’è il cast, di prim’ordine, fitto di partecipazioni. Favino conferisce all’immobilità esistenziale di Carrera un tratto inconsapevolmente patologico, che nega l’evidenza, attutisce gli urti, armonizza ciò che non si può armonizzare. Accanto a lui i genitori rissosi Laura Morante e Sergio Albelli, la sorellina rabbiosa Fotinì Peluso, la moglie fuori controllo Kasia Smutniak, l’amante idealizzata Bérénice Bejo, la figlia disturbata Benedetta Porcaroli, il fratello ambiguo Alessandro Tedeschi, l’amico menagramo Massimo Ceccherini, lo psicoanalista insinuante Nanni Moretti… Tutti o quasi invecchiano nel corso del film, lungo due ore e passa, sicché il trucco prostetico nell’epilogo pesa un po’ sulla credibilità del tutto, ma debbo confessare che Moretti con i capelli bianchi è finalmente una visione rassicurante.

Michele Anselmi