Per i tipi di Weird Book, Fabio Zanello cura un volume su Kurt Russell, perfetto nei ruoli di antieroe con quel languore nello sguardo e la mascella quadrata come un eroe fumettistico. Con contributi di Roberto Lasagna, Rudy Salvagnini, Mario Molinari, Saverio Francesco Marzaduri, Mario A. Rumor, Fabio Cassano, Massimo Causo, Paolo A. D’andrea, Daniela Catelli, Mariolina Diana e Michele Raga, Benedetta Pallavidino, Mariangela Sansone, Marcello Perucca, Antonio Pettierre, Aurora Auteri, Davide Di Giorgio, Marco Chiani, Claudia Bertolé e Davide Magnisi.
Ne abbiamo parlato con il curatore, Fabio Zanello.

Kurt Russell. L’eroe anarchico del cinema americano“, che hai curato per Weird Book, indaga la carriera di un attore che ha pochi eguali nel panorama cinematografico contemporaneo. Quali sono le caratteristiche che lo hanno reso la figura di culto assoluto che è?
F.Z.: Ringraziando pubblicamente Luigi Boccia di Weird Book per la fiducia e i numerosi contributori per le loro esegesi critiche, ritengo che Kurt Russell prima di tutto nel cinema americano sia un divo anticonvenzionale, non possiamo dunque equipararlo a colleghi come Harrison Ford e Tom Hanks, poiché non si è mai fossilizzato in personaggi standardizzati.
Inoltre in qualsiasi dei suoi ruoli, sia quelli circoscritti alle grosse produzioni, sia quelli inerenti a prodotti indipendenti, questo interprete crea un dialogo fra il suo corpo attoriale e chi ne usufruisce, con una recitazione colma di luci e ombre in una sorta di conoscenza essenziale reciproca. In passato la critica ha rilevato come Russell fosse la nemesi antieroica di Harrison Ford, anche perché entrambi hanno raggiunto la vera fama nello stesso periodo. Russell però, dietro la facciata virile, la mascella volitiva e gli occhi azzurri che bucano lo schermo, infarcisce i personaggi anche più eroici di contraddizioni: Snake Plissken, Jack Burton, Mac Ready e Gabe Cash sono cinici, smargiassi, più tormentati dalla convenienza che da un ideale vero e proprio. In altre parole anche quando devono compiere una missione pericolosa, non ambiscono al successo personale ma ad una posta in gioco come un’amnistia oppure un premio in denaro. Tutto questo sul piano drammaturgico concorre a renderli più realistici, autentici agli occhi dello spettatore.

Il percorso di Russell, dalla Disney a Tarantino passando per Carpenter, è un vero e proprio monumento al genere. Qual è stato l’apporto maggiore di Russell al cinema che lo ha reso grande e quali sono i ruoli che segnano dei punti di svolta nel suo itinerario?
F.Z.: Fin dalla tenera età Russell è stato indubbiamente un miracolato: a dodici anni ha condiviso la scena nel 1963 con Elvis Presley nel film “Bionde, rosse, brune…” di Norman Taurog, mentre nel 1966 inaugura la collaborazione con la Walt Disney Productions con “I ragazzi di Camp Siddons” di Norman Tokar. Al di là del sodalizio con John Carpenter, che ha consegnato l’attore alla storia dei generi, di cui si è scritto ad abundantiam, ritengo che gli apporti da approfondire siano la sua lungimiranza nella scelta dei registi con cui lavorare e l’ossessione per Elvis, perché, riflettendo a posteriori, il Robert Zemeckis di “La fantastica sfida”, il S. Craig Zahler di “Bone Tomahawk” e il Jonathan Mostow di “Breakdown” erano ai tempi alle prime armi. Un divo del suo calibro non esita dunque a mettersi al servizio delle nuove leve della regia, intravedendone le potenzialità. In secondo luogo Presley, il re del rock, per Kurt Russell sembra essere una stella polare, visto che ne ha esplorato la fenomenologia nel biopic del 1979, dove viene diretto per la prima volta da John Carpenter e nel noir “La rapina” (2001) di Demian Lichtenstein, accanto a Kevin Costner. Più scontata l’osmosi creativa fra Tarantino e Russell in “Death Proof” e “The Hateful Eight”, in quanto l’autore di “Pulp Fiction” non ha mai lesinato le proprie idolatrie filmiche e una di queste è proprio “1997: fuga da New York”.

Il sodalizio con John Carpenter, da Elvis, il re del rock a Fuga da Los Angeles, è quello che più ne caratterizza quell’immagine da (anti)eroe anarchico cui fa anche riferimento il sottotitolo del tuo libro… Possiamo parlarne?
F.Z.: Kurt Russell, fra gli attori utilizzati da Carpenter, è quello che più ha polarizzato al meglio la visione del mondo prodotta dal regista: rabbia anarchica contro le istituzioni, nichilismo di fondo, umorismo sarcastico, tutti elementi connessi all’inclinazione a ribaltare gli schemi dell’eroe classico, western e vogleriano, spogliandolo di ogni romanticismo, sotto il segno del cinismo.

Come hai scelto i film che sono al centro dei saggi che costituiscono il libro?
F.Z.: Le scelte non sono state dettate solo dal gusto personale, ma dall’importanza oggettiva che questi film rivestono nella cinematografia statunitense. Da sperimentatore audace e temerario, Russell ha affrontato progetti assai personali, da cinema classico, retrò e settantesco, come il melodramma western “Gente del nord” di Ted Kotcheff, l’epico “Fuoco assassino” di Ron Howard e il monito antinucleare di “Silkwood” di Mike Nichols, per cui è stato candidato anche all’Oscar come non protagonista. Tutti lungometraggi abbastanza rimossi negli ultimi tempi. Pertanto, questo volume è stato anche concepito per preservarne la memoria e delineare nuove chiavi interpretative nei loro confronti. Sono sempre stato contrario alla cancel culture che attanaglia la cultura attuale.