La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor / 19
Implacabile come la pioggia, alla Mostra di Venezia arriva sempre il momento della mattonata. Nella fattispecie “Dau” del regista russo Ilya Khrzhanovsky, non chiedetemi la pronuncia. Dura 195 minuti, è frutto di una ricerca durata quattro lustri, riunisce immagini girate quindici anni fa e sequenze recenti, e la differenza certo voluta (tre direttori della fotografia, tre scenografi, tre ambientazioni), si vede. Scrive il regista, classe 1975: «Documentario, sogno, visione e memoria diventano stati equivalenti di un’unica realtà, non più lineare né immutabile, in sintonia con i principi della fisica quantistica». Vabbè.
Chi s’aspettava una sorta di “Oppenheimer” in chiave russa certo resterà deluso. Benché ispirato ai fisici che costruirono la prima bomba atomica sovietica, testata nel 1949, “Dau” in realtà non parla mai davvero di quell’impresa congegnata da Stalin per rispondere alla potenza militare degli Stati Uniti. Dau sta Lev Landau, il fisico e matematico di origine greca poi premio Nobel che seguiamo per quattro decenni, tra il 1928 e il 1968, nel suo difficile, ambiguo e tragico rapporto con il regime sovietico.
Con la sua vanitosa giacchetta rossa che risalta sul grigio generale degli abiti, lo scienziato si muove con irresponsabile senso di libertà: sessualmente smodato, spiato dai biechi funzionari della Sicurezza staliniana, anche torturato (frustate, calci e pisciate in bocca), sempre sotto ricatto, ma infine glorificato dal regime.
Non capisco proprio come il ministro degli Esteri ucraino l’abbia potuto definire «un progetto legato allo Stato russo e alle sue reti di influenza», promettendo una sorta di boicottaggio alla Mostra (la coproduzione è tra Germania, Francia e Svezia). Giustamente il direttore Alberto Barbera ha risposto per le rime, spiegando che “Dau” «non è un film russo, non è propaganda filoputiniana, semmai una denuncia dei regimi totalitari e della loro intrusione nella vita dei cittadini». Peraltro il regista è un dissidente finito nelle liste di proscrizioni moscovite.
«Sembra di essere tornati nel Medioevo» scandisce infatti Dau in un dialogo. Mentre sullo schermo passano, in una chiave quasi subliminale, orrori, visceri, topi, esplosioni, sangue, umiliazioni, pioggia e fango. Ogni tanto il film inventa prospettive strane, come quegli uomini che camminano storti, fuori dal proprio baricentro, senza per questo cadere in terra; e vai a sapere cosa vuole significare la sequenza che certo inquieta e stordisce.
Leggo che tutto è stato girato nella città ucraina di Kharkiv, dove il regista acquistò un enorme palazzone sovietico che qui funge, nella finzione, da Centro Ricerche; non bastasse, pare che sia stato abitato per tre anni da comparse in modalità comunista (abiti, atteggiamenti). Certo suona ben strano. Al pari delle tre performance artistiche firmate da Carsten Höller, Marina Abramović e Romeo Castellucci.
È il greco-russo Teodor Currentzis, nella vita direttore d’orchestra e musicista, a incarnare Dau, pettinato un po’ come il famoso regista Ėjzenštejn, descritto come un filosofo gaudente che s’interroga sulle ragioni della scienza e le tenebre della politica.
Michele Anselmi