L’angolo di Michele Anselmi

Ho visto, tutte di seguito, le cinque ore che compongono il documentario “SanPa – Luci e tenebre di San Patrignano”. E francamente non mi paiono “una schifezza”, come ha titolato “Libero” in prima pagina con il consueto equilibrio giornalistico. Direi invece che la regista Cosima Spender, gli autori Carlo Gabardini e Paolo Bernadelli, l’ideatore-produttore Gianluca Neri abbiano composto, lavorandovi per due anni e mezzo, un ritratto interessante, anche avvincente e istruttivo, certo parziale e discutibile come tutto, di quell’esperienza così titanica e insieme contraddittoria.
“SanPa” viene dato dal 30 dicembre su Netflix, e per fortuna; di sicuro nessuno alla Rai avrebbe mai pensato e realizzato una docu-serie del genere, così libero e in parte demolitore. Non solo perché Letizia Moratti è stata presidente a viale Mazzini nonché, insieme allo scomparso marito, principale finanziatrice della comunità di recupero, per un totale, negli anni, di 286 milioni di euro (lo dice il figlio di Muccioli).
D’altro canto è pure vero che la Rai non esce granché bene dalla visione di “SanPa”. Uno degli intervistati, quel Fabio Cantelli che fu prima ospite a San Patrignano e poi capo della comunicazione e membro del “cerchio magico”, riconosce che non servì nemmeno chiedere aiuto “a Letizia” nei momenti più delicati, specie durante il secondo processo legato a un fosco omicidio avvenuto nella porcilaia e a conoscenza dello stesso Muccioli: i giornalisti della tv pubblica pare fossero in fila, e si vede un frammento di un servizio in ginocchio, nel propagandare una visione idilliaca, gioviale e operosa della vita a San Patrignano.
Naturalmente so bene che “SanPa” sarà visto con simpatia o antipatia, a seconda dei punti di vista che si conservano, a distanza di tanti anni e pure in base a esperienze personali, sull’ambiziosa impresa creata sul finire dei Settanta da quell’omone carismatico e megalomane, esperto in para-psicologia, dal sorriso aperto, i capelli folti, i curiosi baffetti scolpiti, la voce calda e tonante.
Chi non ha mai cambiato idea, per dire, è certamente Red Ronnie, che da subito si mise al servizio mediatico di Muccioli, condividendone al cento per cento metodi, scelte, ideali, prospettive. “Le persone che hanno accusato Muccioli sono degli assassini. Dovrebbe essere fatto santo, quell’uomo” grida in sottofinale il celebre conduttore tele-radiofonico dai capelli non più rossi, e certo non è l’unico, nel corso delle cinque ore, a offrire un’opinione così radicale.
D’altro canto, come ricorda il giornalista Luciano Nigro, che fu corrispondente riminese del quotidiano “l’Unità” e dice cose ragionevoli, nei primi anni Ottanta “l’Italia non voleva vedere i tossici in giro per le città”, sicché quella piccola comunità nata su una collina a poca distanza dal mare Adriatico fu prima percepita come un’alternativa accettabile all’assenza dello Stato in materia di recupero e poi come un modello indiscutibile di efficienza e lungimiranza.
Arrivarono in tanti a SanPa, giovani di destra, di sinistra, “balordi”, spacciatori e fricchettoni, tutti devastati dall’eroina, con la “scimmia” sulla schiena, e Muccioli, come un padre accogliente e severo, li accolse nella sua fattoria all’inizio vagamente hippie, secondo un rigido protocollo da sottoscrivere prima di essere presi in consegna.
La droga è una brutta bestia, non ci sono soluzioni facili per liberarsene, a volte bisogna essere inflessibili. Ma quando vennero fuori lettere censurate, catene ai piedi per giorni, punizioni corporali, suicidi mai chiariti, anche la presenza vigile di una sorta di piccola Stasi fedelissima al capo, le cose cominciarono a intorbidirsi un po’.
“Per fare del bene puoi usare qualsiasi metodo?” è la domanda che si pose allora e si pone oggi il giudice istruttore Vincenzo Andreucci, un altro degli intervistati. E su quel dilemma si spaccò l’Italia, per modo di dire in verità: perché Muccioli, osannato dal popolo che vide in lui un profeta/salvatore contro le debolezze dello Stato sul fronte della lotta alla droga, ospite in tutte le tv, oggetto di straordinari sondaggi da parte di Mike Bongiorno, omaggiato da Craxi, Andreotti, Biondi e Berlusconi, diventò uno degli uomini più potenti e influenti d’Italia. Una sorta di star indiscussa, di faro, capace di influenzare leggi in materia di tossicodipendenza, corteggiato perché scendesse in politica.
Ma il film, che pure insiste su questi aspetti diciamo pubblici, è una riuscita soprattutto perché racconta dall’interno della comunità, andando a intervistare con cura ex pazienti, ex uomini di fiducia, sostenitori di ieri e di oggi, incluso il figlio Andrea per undici anni timoniere di San Patrignano dopo la morte di Muccioli, appunti luci e ombre, anzi tenebre, di quella specie di “falansterio” disciplinato da norme ferree che pure salvò da morte sicura migliaia di giovani tossicodipendenti. Alcuni dei quali figli celebri: dei Moratti, di Paolo Villaggio, di Enrico Maria Salerno…
S’intende che Muccioli giganteggia, col suo metro e novanta d’altezza, i suoi 130 chili di stazza, i suoi cardigan rossi, i suoi denti bianchissimi, il suo amore per cavalli e cani di razza: per molti un santo, per altri un santone, a tratti sembra il capo di una “setta” affollata, una specie di reverendo Jones, di sicuro un uomo in grado di mobilitare energie umane, capitali ingenti, speranze nazionali, gratitudini individuali. A suo modo un enigma, anche nella morte avvolta nel mistero: forse per Aids, forse no. Neanche il fratello ha mai saputo cosa l’abbia ucciso, dopo veloce deperimento, il 19 settembre del 1995, a soli 61 anni.
PS. Leggo su “Vanity Fair” un articolo di Carlo Gabardini, uno degli autori. Scrive in un passo: “Non sappiamo più niente di San Patrignano, la più grande comunità di recupero per tossicodipendenti in Europa (…). Ed è un peccato perché è una storia attualissima, utile, sul potere degli uomini, delle sostanze, della fede o del bisogno di averne una, della politica, della famiglia e dell’ambiguità”. Proprio così.

Michele Anselmi