L’angolo di Michele Anselmi

Proprio stamattina, 5 febbraio, in un post scherzoso sull’erigendo governo Draghi, avevo citato il film che gli aveva dato la grande popolarità internazionale, “Tutti insieme appassionatamente”, anno 1965, dove interpretava il burbero vedovo Georg Von Trapp. Stasera, per un malinconico gioco del destino, arriva la notizia che se n’è andato, cadendo e sbattendo la testa, Christopher Plummer, il titanico attore canadese nato a Toronto il 13 dicembre del 1929. Il suo nome completo era Arthur Christopher Orme Plummer. Nel 2012 aveva vinto l’Oscar al miglior attore non protagonista per “Beginners”, dopo essere già stato candidato nel 2010 per “The Last Station”, ma direi che nella sua lunga carriera cominciata sul finire degli anni Cinquanta avesse fatto perfino di meglio al cinema.
Duttile, fascinoso, ambiguo, bravo in parti da aristocratico e da cattivo, Plummer era un attore della vecchia scuola capace di risollevare le sorti di ogni film, anche di quelli venuti meno bene. Non gli importava interpretare ruoli da protagonista, benché avesse avuto anche quelli, basti pensare a quel “Remember” di Atom Egoyan nel quale, già ultraottantenne, incarnava un criminale nazista che aveva “dimenticato” di essere tale a causa di una malattia neurologica.
Alcuni suoi film? Il suo primo, “Fascino del palcoscenico” di Sidney Lumet, “Lo strano mondo di Daisy Glover” di Robert Mulligan, “Agli ordini del Führer e al servizio di Sua Maestà” di Terence Young, appunto “Tutti insieme appassionatamente” di Robert Wise, accanto a Julie Andrews; e ancora, più recentemente, “Uno scomodo testimone” di Peter Yates, “L’ esercito delle 12 scimmie” di Terry Gilliam, “Insider – Dietro la verità” di Michael Mann, “Inside Man” di Spike Lee, “Cena con delitto – Knives Out” di Rian Johnson, “Tutti i soldi del mondo” di Ridley Scott, nel quale aveva sostituito in tutta fretta Kevin Spacey rigirando tutte le sue scene in pochi giorni.
Aveva uno sguardo affilato, una strana bellezza, una presenza autorevole che intimidiva, ma sapeva anche toccare certe corde sentimentali, come capita agli attori di vaglia che non misurano l’importanza di un ruolo dal numero delle pose: che fosse un ufficiale della Raf, l’infido Commodo, un banchiere senza scrupoli, una spia doppiogiochista, un anchorman vanitoso, un anziano padre gay o un Lev Tolstoj prossimo alla morte.

Michele Anselmi