L’angolo di Michele Anselmi

Come mi dispiace. Scopro solo ora, tornando a casa, che è morto Peter Bogdanovich. Aveva 82 anni. È stato regista, sceneggiatore, attore, anche critico e saggista di cinema. Un uomo sofisticato, dalla penna fine, intriso di cultura europea ma americano fino al midollo, tra i non molti riusciti a varcare la porta che separa lo scrivere acutamente di cinema (Welles, Ford, Hitchcock, Cukor…) dal fare materialmente il cinema. Il suo medagliere conta 16 titoli ufficiali: dal feroce “Bersagli” con il quale esordì nel 1968 allo spassoso “Tutto può accadere a Broadway” del 2014 che resta il suo ultimo (fu mostrato in anteprima alla Mostra di Venezia). In mezzo ci sono film rimasto nella memoria vivida di molti: “L’ultimo spettacolo”, “Ma papà ti manda sola?”, “Paper Moon”, “Daisy Miller”, “Vecchia America”, “Saint Jack”, il sottovalutato “Quella cosa chiamata amore”, solo per dirne alcuni. Avrebbe dovuto firmare “Giù la testa” su indicazione di Sergio Leone, ma pare che i due non si presero proprio già in fase di sceneggiatura, sicché alla fine fu l’italiano a girare il film dopo aver licenziato il collega sul set in Almeria; ma resta la curiosità di sapere come l’avrebbe orchestrato Bogdanovich, cineasta di gran lunga più interessante di Leone (per me, s’intende).
Anche la sua vita sentimentale è stata, per alcuni versi, un film: chiusa la relazione con Cybill Shepherd, da lui diretta quattro volte, si legò alla playmate Dorothy Stratten, uccisa nel 1980 dall’ex marito geloso. In sua memoria Bogdanovich scrisse il libro “The Killing of the Unicorn: Dorothy Stratten 1960-1980”. Nel 1988 il regista avrebbe sposato Louise Beatrice Stratten, sorella di Dorothy.
Fantastica la sua definizione di Cher: “Lavorare con lei è come rinchiudersi dentro un frullatore insieme a un coccodrillo”.

Michele Anselmi