L’angolo di Michele Anselmi

Se n’è andato, a 92 anni, Francesco Maselli, per quasi tutti “Citto”, almeno nel mondo del cinema italiano. È stato un regista estroso, eclettico, mai banale; un comunista tutto d’un pezzo; un uomo colto e facondo, anche fecondo di idee e spesso spiritoso; un militante talvolta fazioso ma sempre fervente, pure generoso nel darsi; un raffinato fotografo ed esperto di arti figurative; un difensore strenuo degli autori di cinema; un partigiano audace in gioventù; un intellettuale molto organico al Pci, almeno fino a che il Partito non divenne un’altra cosa e lui se ne andò con Rifondazione. Preferiva largamente Visconti a Rossellini, gli piaceva una certa commedia italiana (o all’italiana) ma non era nelle sue corde di cineasta, i suoi film migliori debbono parecchio a Moravia. Non sempre ho avuto rapporti facili con lui, sin dai tempi del mio lavoro a “l’Unità”, ma alla fine si fece pace e lo ringrazio per un suo gesto gentile. Mi dispiace che gli ultimi anni di vita siano stati così tribolati sul piano della salute. Era sempre piacevole ascoltare i suoi racconti. Le mie condoglianze più sincere e affettuose a Stefania Brai e ai familiari. Qui sotto il ricordo di Paolo Mereghetti per il “Corriere della Sera”. (Mi. An.)
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■ di Paolo Mereghetti per il “Corriere della Sera”
«Ho un’ambizione che non ho mai rivelato a nessuno, nemmeno a me stesso. È quella di essere dimenticato come regista e riscoperto, invece, come fotografo». Lo confessava a “Paese Sera” nel 1981 («la cosa più orribilmente sincera che abbia mai detto»), quando stava per mostrare le sue Polaroid al festival di Porretta Terme e prima di dirigere per la televisione “Avventura di un fotografo” (dal racconto di Italo Calvino).
Eppure, a ben guardare, Francesco Maselli, scomparso a Roma all’età di 92 anni (vi era nato il 9 dicembre 1930), «fotografo» lo è sempre stato, perché i suoi film e la sua altrettanto importante attività politica si sono sempre sforzati di fissare la realtà che gli pulsava intorno, addirittura di «fermarla» perché gli interessava mettere ben in evidenza tutti gli elementi che la costituivano, piuttosto che raccontarne l’evoluzione e la dialettica. Finendo così per soffocare i palpiti e le pulsioni delle sue opere, per isolarne i temi, i messaggi, i valori.
Tenuto a battesimo dallo zio Luigi Pirandello, figlio di un critico d’arte che apriva la casa al mondo intellettuale e progressista romano (Bontempelli, Savinio, Alvaro, Cecchi), Citto – da Francesco – Maselli dimostra una precocità sorprendente in tutto: a sette anni sa “Amleto” a memoria; a tredici, durante l’occupazione tedesca, porta armi e cibo ai partigiani dei Gap, impegnandosi nell’Unione Studenti Italiani e riuscendo così, a soli quattordici anni, a entrare nel Pci.
Dopo aver realizzato due cortometraggi dai toni surreali, è accettato a diciassette anni al Centro Sperimentale di Cinematografia: nel 1949 il documentario “Bagnaia paese italiano” è premiato a Venezia, l’anno successivo collabora con Antonioni alla sceneggiatura di “Cronaca di un amore” e nel ’52 a quella di “La signora senza camelie”. L’esordio nella regia è del 1953, con “Storia di Caterina”, episodio di “L’amore in città”, e nel 1955, a venticinque anni, firma il suo primo lungometraggio, “Gli sbandati” , che ottiene una menzione speciale al Festival di Venezia.
Costruendo il film sul tema delle responsabilità individuale di fronte alla Resistenza, Maselli inizia qui ad affrontare il tema della coscienza di classe e della crisi morale della borghesia che sarà al centro anche dei successivi “I delfini” (1960), dove le ambizioni velleitarie di un gruppo di giovani finiranno per cedere alle lusinghe e ai compromessi dei padri, e “Gli indifferenti” (1964) dove il romanzo di Moravia gli serve per sottolineare gli eterni vizi di una classe che sembra incapace di fare i conti con la Storia (il film è ambientato negli anni Venti, dopo che primi due lo erano rispettivamente negli anni Quaranta e Cinquanta).
In mezzo c’era stato il fallimento di “La donna del giorno” (1958, storia di un’indossatrice che accetta ogni compromesso per far carriera), ma è già evidente il debito che il regista-sceneggiatore ha verso un’interpretazione marxista della realtà, che finisce per «imprigionare» i personaggi dei suoi film e farne soprattutto dei casi e degli esempi capaci di illustrare le sue idee.
La sua militanza, però, a metà degli anni Sessanta sembra allentarsi, cedendo a una serie di redditizi contratti pubblicitari per Perugina, Buitoni e Peroni (suoi i “Caroselli” con Terence Hill e Solvi Stubing: «Chiamami Peroni, sarò la tua birra!») e alle «lusinghe» della commedia. Ma pur se duramente attaccati dalla critica di sinistra, “Fai in fretta ad uccidermi… ho freddo!” (1967) e “Ruba al prossimo tuo…” (1968) inseguono un inalterato credo ideologico – stigmatizzare il potere del denaro che uccide i sentimenti o il conformismo che annienta il desiderio di libertà – anche se utilizzano le forme del paradosso e dell’allegoria (e, il primo, ha l’evidente ambizione di citare Lubitsch e il suo “Mancia competente”).
Lo scarso esito al botteghino dei due film e un più generale ripensamento del proprio ruolo e impegno (cui non è estranea la decisione di andare in analisi) riportano Maselli alla militanza politica, vicino alla sinistra ingraiana: entra nella segreteria della Commissione cinema del Pci, è segretario dell’Anac (l’associazione degli autori cinematografici) e si impegna nel rinnovamento della Biennale di Venezia, diventando consigliere, anche se il suo piano di «nobilitazione culturale permanente» non verrà mai attuato.
Il primo effetto di questo ritorno all’impegno è “Lettera aperta a un giornale della sera” (1970), dove stigmatizza l’impotenza dell’intellettuale di fronte alle sfida reali della rivoluzione (nel caso, la lotta in Vietnam), cui seguirà nel ‘75 “Il sospetto di Francesco Maselli” – per evitare confusioni con “Il sospetto” di Hitchcock – dove la lotta antifascista di un militante esule in Francia nel 1934 diventa riflessione sulle tentazioni staliniane del Pci ma anche elogio dell’impegno pronto al sacrificio di sé.
Dopo una lunga parentesi televisiva (lo sceneggiato “Tre operai” nell’80, “Avventura di un fotografo” tre anni dopo, l’inchiesta “I favolosi anni Sessanta” nel 1985), Maselli torna al cinema con quattro film centrati sul ruolo della donna e la sua «superiorità», dove la psicoanalisi sembra prendere il ruolo-guida che aveva avuto il marxismo: “Storia d’amore” (1986, che fece vincere a Valeria Golino la sua prima Coppa Volpi), “Codice privato” (1988, con la sola Ornella Muti in scena), “Il segreto” e “L’alba” (entrambi del 1990 ed entrambi interpretati da Nastassja Kinski). Con “Cronache del terzo millennio” (1996), il regista torna ai temi politici – la minacciata demolizione di un condominio spinge gli inquilini alla mobilitazione, anche se i risultati sono contraddittori – ma scivola in un estetismo compiaciuto e improduttivo.
L’elogio dell’impegno è ancora al centro di “Il compagno” (da Pavese, per la tivù, 1999) e quello di chi è emarginato in “Civico 0” (2007) mentre “Frammenti di Novecento” (2005) e “Le ombre rosse” (2009) cercano di fare un bilancio della propria vita e del proprio ruolo di intellettuale, a volte con sinceri accenti autocritici, come a chiudere un cerchio aperto da “Lettera aperta” quarant’anni prima.