L’angolo di Michele Anselmi

Mi addolora proprio la morte di William Hurt, a soli 71 anni, avvenuta “serenamente in famiglia per cause naturali”. È stato un attore americano denso e versatile, capace di muoversi sui terreni drammaturgici più diversi, arrivando perfino all’Oscar per “Il bacio della donna ragno”; ma per me, e per molti della mia generazione, credo che resterà soprattutto il Nick Carlton di un epocale film del 1983: “Il grande freddo” di Lawrence Kasdan. Nei panni di uno psicologo tornato segnato fisicamente dall’esperienza in Vietnam (non si dice mai perché, ma non può più avere rapporti sessuali) e dedito generosamente alla droga che nasconde nel parafango anteriore della sua vecchia Porsche, Hurt cesellò un personaggio perfetto: ironico e umbratile, caustico e inatteso, come inattesa fu la fine della storia, con lui accolto dalla giovane e un po’ sciroccata fidanzata del morto suicida, Alex, ricordato nel corso di un weekend da tutti gli amici un tempo militanti politici.
I suoi capelli biondi e lisci, poi progressivamente persi; il suo sguardo sempre un po’ inquieto, a tratti anche allucinato, talvolta sospeso e stupito nelle espressioni; il suo fisico asciutto da uomo desiderabile, un po’ sex-symbol all’epoca di “Brivido caldo”; soprattutto quella voce così personale, calma e rotonda, purtroppo andata perduta in tanti doppiaggi, fecero di lui, per un certo periodo, un attore “mainstream”, assai gettonato a Hollywood, e insieme un artista non convenzionale, dal passato burrascoso, con qualche grana giudiziaria a causa dei suoi rapporti con alcune donne, capace di buttarsi in imprese talvolta destinate all’insuccesso commerciale.
Qui il ritratto di Maurizio Porro per il “Corriere della Sera”.

Michele Anselmi