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In sala “La volta buona”. Marra indaga sul mondo dei procuratori sportivi

L’angolo di Michele Anselmi

“Il film uscirà solo a marzo, speriamo bene” scrissi in una recensione dalla Festa del cinema di Roma, sezione “Alice nella città” (ottobre 2019). Non è andata così. La pandemia bloccò tutto, sicché “La volta buona” arriva avventurosamente nei cinema, tra i pochissimi riaperti, giovedì 2 luglio, con Altre Storie. Il commento è sempre lo stesso, però: speriamo bene. Ci vuole coraggio, di questi tempi a lanciare un film italiano. Eppure il napoletano Vincenzo Marra, rivelatosi nel lontano 2001 con “Tornando a casa”, che molto piacque a Nanni Moretti, è un regista tanto interessante, certo appartato, di forte coerenza espressiva.
A tre anni da “L’equilibrio” e a cinque da “La prima luce”, eccolo tornare con questa commedia agra costruita addosso a Massimo Ghini, qui nei panni di uno sfigato procuratore sportivo di periferia, ex ludopatico, inseguito dai gorilla di uno strozzino, divorziato malamente, ormai a un passo dal tracollo psicofisico. Bartolomeo Caputo non ne azzecca una, eppure un tempo aveva fiuto nell’esplorare il sottobosco del calcio non professionale per estrarne qualche “pepita” da piazzare a caro prezzo.
“I ragazzetti sono come i cavalli, se quando crescono non corrono, allora non servono a niente”. La battuta cinica che echeggia in “La volta buona” riassume bene il clima generale.
In questo contesto desolato, dove anche mille euro fanno la differenza, Caputosi ritrova a volare fino a Montevideo, Uruguay, attratto da un possibile affarone. L’ex sodale Bruno, emigrato da anni in Sud America per sfuggire a guai e debiti, gli decanta le qualità di un nuovo Messi, in realtà solo un bambino abile a palleggiare di fronte al semaforo per tirar su qualche soldo. E tuttavia, in un clima buffo/malinconico che ricorda un po’ “Il Gaucho” di Dino Risi, Bartolomeo decide di puntare sul ragazzino, o la va o la spacca. In effetti, Pablito è bravo, veloce, segna gol e scalda il pubblico; ma ha bisogno di cure per crescere bene, proprio come Messi, e quelle cure costano molto, troppo…
“La volta buona” è la storia di una paternità acquisita: Bartolomeo non riesce a parlare con la figlia vera ma dovrà prendere cura di quel bambino, dignitoso e sensibile, che non ha mai conosciuto il padre naturale. Volendo, siamo un po’ tra “Ultimo minuto” di Pupi Avati e “Un giorno all’improvviso” di Ciro D’Emilio, anche se Marra custodisce una cifra estetica personale, con affondi da commedia asprigna e torsioni drammatiche, il tutto dentro una cornice da road-movie.
Se Ghini si prende la scena, facendo di Bartolomeo un perdente non del tutto incarognito dagli eventi, Max Tortora va sul sicuro nei panni dell’italiano contaballe scappato a Montevideo; ma è il piccolo Ramiro García, a colpi di palleggi e sguardi, a tenere insieme la partitura. In ruoli di contorno, ma ben cesellati, Massimo Wertmüller, Francesco Montanari e Antonio Gerardi, rispettivamente il fratello prete, lo squalo e l’avvocato.

Michele Anselmi

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