L’angolo di Michele Anselmi

Non bisogna illudersi, cari colleghi: Marco Bellocchio non legge le recensioni di “Rapito”, e immagino dei suoi film precedenti, a meno che non siano firmate da critici che stima, “importanti”, soprattutto su quotidiani generalisti ritenuti utili ai fini del successo in sala. Sono pervenuto a questa quieta consapevolezza, in parte nutrita da anni, salutando il regista piacentino ieri sera al Maxxi, prima della tribolata cerimonia di premiazione che ha visto trionfare “Rapito” con ben sette Nastri d’argento, tutti meritati. Mica faccio l’offeso, spero sia chiaro: basta saperlo. Mi sono ritrovato l’83enne Bellocchio a un passo da me, gli ho sorriso, gli ho stretto la mano facendogli i complimenti, ricordandogli che vengo da Senigallia, la città di Pio IX, pure del boia “mastro Titta”. Ha fatto una faccia strana, per la serie: “Ah sì?”. E subito è stato risucchiato da abbracci e baci.
Ho pensato: che strano, ho scritto otto interventi su “Rapito”, per Facebook e Cinemonitor (12 maggio, 20 maggio, 24 maggio, 25 maggio, 26 maggio, 27 maggio, 28 maggio, 2 giugno…), mi sono permesso di segnalarne alcuni al suo ufficio stampa, in particolare all’amica gentile Flavia Schiavi, e lui è parso comunque cadere dal pero. In effetti, mi risulta, nulla ha letto finora di quanto, con stima, affetto e dedizione alla causa del film, avevo scritto a fine maggio.
Francamente non (mi) capita spesso. Specie nell’era di Facebook registi anche di un certo nome rispondono subito, per ringraziare o eccepire, ma in una chiave di fresco e immediato confronto. Bellocchio, come Nanni Moretti o Gianni Amelio, no: per loro esistono solo, si direbbe, i critici di riferimento. Va benissimo, appunto: basta saperlo.
Faccio il giornalista dal 1976, mi occupo di cinema dal 1980, ora sono in pensione, serenamente, ma continuo a scribacchiare per tenere il cervello in allenamento e se possibile dare una mano. Mi pare umanamente accettabile, se un cineasta ti piace e lo conosci per antica frequentazione, sperare in una considerazione magari veloce, formale, per sms o che so io. Accade con Roberto Andò, Riccardo Milani, Daniele Luchetti, Carlo Carlei, Gabriele Muccino (ora meno: ce l’ha con me), Francesco Bruni, Daniele Vicari, Pupi Avati, Giorgio Diritti, Michele Placido, un tempo con Paolo Virzì, Giuseppe Tornatore e Gianni Amelio, sempre con Carlo Verdone, solo per fare qualche nome.
Bellocchio no, legge probabilmente solo chi reputa insigne, magari anche a causa della frenetica attività di promozione legata ora a “Rapito” e prima a “Esterno notte”. Sicuramente non rientro tra gli “happy few”, il che è anche un sollievo; d’altro canto ricordo bene le reprimende e le battutine che arrivavano da Bellocchio, in anni non recenti, se riuscivo a sapere prima degli altri colleghi, e a scriverne sui miei giornali, dettagli sostanziosi sulla storia che avrebbe raccontato nel suo nuovo film. Poi si fece pace tra noi, diciamo, ma il disinteresse regna sovrano, a quanto pare: il suo, non il mio.
Certo, l’artista è lui. E comunque gli auguro di fare ancora tanto buon cinema, come “Rapito”, consapevole, io, di quanto teorizzò il sempre rimpianto critico Morando Morandini: “Davanti ai grandi film non bisogna tanto giudicarli, quanto scandagliare quel che noi si vale”.

Michele Anselmi