L’angolo di Michele Anselmi

Lo so, il documentario gira su Netflix da parecchi anni, ma non l’avevo mai visto e magari è capitato anche a voi di scartarlo. Si chiama “Keith Richards: Under the Influence”, porta la firma di Morgan Neville, risale al 2015, quando il musicista inglese aveva 72 anni, e probabilmente fu realizzato per promuovere il disco da solista “Crosseyed Heart”.
La verità? A differenza di tanti amici, non ho mai praticato il “culto” di Richards, m’era sempre parso un po’ sballato e sopra le righe, murato vivo in una sorta di “personaggio”, anche nella gestualità ripetuta all’infinito. Ma debbo riconoscere che dal film, poco più di 80 minuti, esce un ritratto inedito, anche toccante, non prevedibile, di colui che fondò gli Stones insieme a Mick Jagger una volta scoperto che i due ascoltavano gli stessi dischi: Chuck Berry e Muddy Waters.
“Non sto invecchiando, sto evolvendo” scandisce Richards nell’epilogo, facendo seguire alla frase la sua leggendaria risata. Poco prima aveva confessato: “La mia idea del Paradiso? Essere una star invisibile del rock and roll”. Impossibile essere tale – invisibile – per uno come lui, sempre in prima linea per mezzo secolo, e però viene da credergli quando spiega di aver vissuto una certa immagine maledetta, tutta droghe, whisky e scandali, come “una palla al piede” che mai l’ha abbandonato.
La cornice è fornita dalle sedute in sala d’incisione, produce il batterista Steve Jordan oggi membro degli Stones dopo la morte di Charlie Watts, per registrare le 16 canzoni che sarebbero confluite in “Crosseyed Heart”. Ma in realtà, e per fortuna, il film molto divaga, lasciando che Richards compia una sorta di viaggio nella memoria, anche nella propria gioventù, ripreso mentre suona, fuma, cammina nella neve, rilascia autografi, filosofeggia, visita il Ryman Theatre di Nashville o gli studi della Chess Records a Chicago, eccetera.
Il chitarrista, anche buon pianista e bassista ma mediocre cantante, non dice mai “rock”, per lui è sempre rock and roll, a ricordare quanto forte sia il suo legame con la musica americana: il blues di Howlin’ Wolf, il country di Hank Williams, il folk di Leadbelly (poi c’è anche il reggae di Jimmy Cliff). Armato di non so quante chitarre, ne ha di tutti i tipi, Richards suona e parla, parla e suona. Gli aneddoti non sono tutti nuovi, ma fa piacere riascoltarli: ad esempio come nacque il riff chitarristico di “Street Fighting Man” o il frenetico ritmo sudamericano di “Simpathy for the Devil”.
Keith Richards appare sincero, vai a saperlo se sia davvero così, ma colpisce la devozione assoluta che questo bianco englishman, ricchissimo e ormai nonno, nutre nei confronti dei suoi “maestri” americani, a partire appunto dal bluesman nero Muddy Waters, con il quale si esibì insieme a Ronnie Wood e Mick Jagger nel lontano 1981, restando rispettosamente nelle retrovie.

Michele Anselmi