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La carica degli sconfitti. In libreria “Guida al cinema noir”

Stefano Di Marino analizza in lungo e in largo il cinema noir, tra i generi più fortunati e duraturi dell’intera storia del cinema. Una carrellata tra i canoni tematici e stilistici che bisogna padroneggiare per districarsi in orizzonti oscuri e complessi, tra sangue, raggiri e donne fatali. Pubblicato da Odoya, Guida al cinema noir prende in esame le varie interpretazioni del noir dagli Stati Uniti alla Francia, dall’Inghilterra all’Italia, senza tralasciare la Spagna, la Scandinavia e l’Estremo Oriente. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Di noir si parla continuamente, spesso anche a sproposito. Oltre l’atmosfera, fondamentale per questo genere, al cinema cos’è noir e cosa non lo è?

S.DM.: Oggi sembra che ci si vergogni di scrivere o filmare semplici “gialli” per cui tutto viene etichettato noir. Il Noir, in realtà, non è un genere ben definito, vive di atmosfere, di senso del passato, del destino che ritorna. È un cinema (e una letteratura) di storie disperate, di sconfitti, di situazioni da incubo. C’è sicuramente una componente estetica che fu stabilita negli anni ’40 da direttori della fotografia come John Sietz e Nicholas Musuraca che venivano dall’Europa e risentivano delle lezioni del cinema espressionista tedesco, ma che, negli USA, crearono una poetica nuova dell’immagine. Erano gli anni del bianco e nero. Ma il cinema ha seguito i tempi e ha saputo anche con il colore trovare le atmosfere giuste per storie di delitto e redenzione in cui raramente la soluzione di un crimine porta al ritorno all’Ordine. Il Noir è un genere dominato dal disagio esistenziale, una fotografia della società che si è diviso in due principali tronconi, il crimine cosiddetto ‘professionale’ che racconta storie di grandi e piccoli delinquenti e il loro destino già segnato in partenza, e quello più ‘privato’ in cui l’angoscia, la disperata ricerca della felicità, anche attraverso il delitto, coinvolge uomini e donne che abitualmente non sono a contatto con la violenza. È questa loro escursione in un mondo di ombre che definisce come ‘nere’ le loro storie, ugualmente destinate a un finale tragico.

Quali sono gli elementi del periodo d’oro (Il mistero del falco / L’infernale Quinlan) che vengono assunti da altri generi, creando poi delle categorie a sé stanti?

S.DM.: L’intrigo, l’ambiguità di fondo dei personaggi, protagoniste antagonisti, l’immagine della donna tentatrice (le famose Dark Ladies) sono elementi classici, ma sono state assorbite dalle cinematografie di ogni paese, in ogni epoca in modo differente. Partendo da i film citati (Il mistero del falco e L’infernale Quinlan) che segnano un po’ il territorio del Noir classico americano, si è arrivati nei tempi moderni a vicende che hanno ripreso soprattutto l’ambiguità dei personaggi, inserendoli in altri contesti, con differenti modalità. La ricerca di un oggetto prezioso (un ‘malloppo’ introvabile e quasi invisibile) del film di Houston trova un’originale e italianissima rivisitazione in Milano Calibro 9 di Fernando Di Leo mentre i poliziotti corrotti, fragili e violenti, figure tragiche in un teatro delle ombre sono stati la base per l’evoluzione del polar francese che in tempi recenti ci ha offerto piccoli capolavori come 36 Quai des Orfevres di Olivier Marchal.

Quali sono gli elementi estetici e tematici che ritroviamo nel noir nel corso della sua evoluzione sino a oggi?

S.DM.: Sotto il profilo tematico il noir è il cinema della sconfitta. Al centro della vicenda non c’è la risoluzione di un delitto, anche se il crimine è sempre l’elemento portante. Si tratti di una rapina, di un crimine passionale o di un intrigo familiare, i protagonisti inseguono sempre qualcosa, una via di fuga dalla realtà che però è destinata alla sconfitta. Facciamo il tifo per loro anche se sono criminali perché vediamo nei loro sforzi qualcosa di noi. La volontà, spesso non coronata dal successo, di fuggire, di riscattarsi dal passato. Sotto il profilo stilistico ci sono elementi come la notte, la pioggia, auto e oggetti che rimandano all’epoca classica del cinema e diventano feticci per lo spettatore che rendono subito riconoscibili i noir dagli altri film. In particolare tra uomini e donne c’è sempre di mezzo un oggetto- feticcio che li unisce e li divide. a volte basta una sigaretta che stilla fumo nel buio…

In che modo è organizzata Guida al cinema noir e in cosa si differenzia da altri manuali dedicati ai generi cinematografici?

S.DM.: La materia era vastissima. Ho deciso di dividere la trattazione in parti affrontando dapprincipio i caratteri distintivi del Noir in modo da escludere tutto ciò che non lo era e tracciare una mappa ideale del filone nelle cinematografie di tutto il mondo in tutte le epoche. Da ciò è emerso che esistono periodi differenti che possiamo dividere in Noir Classico che arrivano dagli anni ‘40 sino alla fine dei ‘60, poi troviamo il Neo Noir che, libero da vincoli di censura, può affrontare tematiche prima solo accennate. Infine c’è il Post Noir di cui Quentin Tarantino è stato l’alfiere che ha riletto il genere, esasperandone alcune caratteristiche sino a trasformarlo in un cinema ‘altro’ con codici e linguaggio così differenti da essere ‘quasi’ irriconoscibili. Tracciata una visone generale la Guida analizza personaggi principali seguendo la divisione sopracitata tra Noir ‘professionale’ e Noir ‘privato’ attraverso i tempi. Avremo così capitoli dedicati ai gangster, ai rapinatori, ai detective ma anche a figure come il poliziotto corrotto e ossessionato o il serial killer che la censura e i tempi non permettevano di svolgere pienamente in epoche passate. Ovviamente le figure femminili sia vittime che istigatrici del crimine attraversano tutta la storia del genere, di preferenza presenti nel Noir ‘privato’ ma che fanno capolino anche in quello dedicato alla criminalità come palcoscenico principale. Ogni capitolo dedicato a un determinato personaggio esamina l’evoluzione di una figura con esempi e citazioni ed è seguito da una sezione che raccoglie i film più emblematici, esaminati nel dettaglio.

In che modo il cinema noir classico, spesso derivato da opere letterarie, ha influenzato la letteratura successiva? Si può dire che il cinema abbia fornito la vera essenza, l’immagine più pregnante potremmo dire, agli stessi romanzi a cui si ispirava?

S.DM.: Certamente l’impatto del cinema sul grande pubblico ha influenzato molta successiva produzione letteraria. Però sono convinto che la radice del noir sia letteraria. Non per nulla i grandi romanzi, di James Cain per fare un esempio, sono precedenti alla realizzazione dei film. Questo anche perché in America vigeva un codice di censura che rendeva difficile portare certe trame con personaggi chiaramente negativi sullo schermo. Nella letteratura questo problema non esisteva. Per citare un esempio ricordo James Cain e Il postino bussa sempre due volte, che è stato portato sullo schermo più volte in molti paesi (in Italia da Visconti con Ossessione nel ’43) molto dopo essere stato pubblicato come romanzo. Il cinema ha imposto, nei decenni, una ‘forma’ che dallo schermo è passata alla narrativa scritta. L’influenza, alla fine, è stata reciproca. Per questo la Guida al cinema noir non può esimersi dall’affrontare alcuni se non tutti i grandi romanzieri noir di ieri e di oggi. Oltre a Chandler e Hammett ci sono capitoli dedicati a Richard Stark e a James Ellroy in cui si analizzano le loro caratteristiche come autori e la trasposizione più o meno fedele che ne è stata tratta al cinema.

Del noir ogni nazione ha dato la sua interpretazione. Sia sufficiente pensare al caso Di Leo in Italia fino agli epigoni degli ultimi anni oppure a Melville e alla deriva della nouvelle vague in Francia. In che modo queste declinazioni sono eccentriche rispetto al canone?

S.DM.: Sono convinto che restringere un genere a un canone, sia al cinema che in letteratura, sia sempre riduttivo. Più che di eccentricità, parlerei di interpretazione. Melville tratta temi simili a quelli di Hawks e di Wilder, ma in un contesto differente, quello francese in cui la criminalità che è il fulcro dell’indagine delle storie noir ‘professionali’ aveva origine e aspetti diversi. Allo stesso modo Di Leo interpretava Scerbanenco che già aveva tracciato una sua via italiana al genere. Di Leo mutua la figura dell’eroe negativo dal cinema del milieu francese inserendolo in un contesto come quello scerbanenchiano che non aveva (salvo che nel caso di Duca Lamberti che è il più ‘giallo’ dei suoi personaggi) una figura di spicco. Perciò racconti brevi come La mala ordina e Milano Calibro 9 diventano storie epiche con protagonisti forti che sono innovativi e tradizionali al tempo stesso.

Alcune cinematografie, penso alle asiatiche, sembrano più legate alle reinterpretazioni europee piuttosto che al canone… Qual è la posizione della Guida rispetto a questo tema?

S.DM.: Il Noir orientale, parliamo fondamentalmente di John Woo, di Ringo Lam ma anche di Kitano, è legato al cinema francese perché era quello studiato dagli autori nelle scuole di cinema. Lo reinterpretarono inserendolo nella realtà asiatica, mescolandolo con generi autoctoni come il Kung Fu. Basti pensare a Hard Boiled di Woo che mette in scena personaggi che sembrano i cugini asiatici degli eroi del milieu di Melville ma si muovono e agiscono con una dinamica e una coreografia che, sebbene armata, pare nascere dal Kung Fu. Eppure sono personaggi profondamente neri , che rinnovano gli eroi del cinema di rapina e di gangster americani degli anni ’50. Resta il fascino dell’atmosfera, i bar fumosi, il jazz e il destino che, alla fine, è veramente il carattere distintivo del genere.

Noir e autorialità: in che modo il genere ha avuto nuova linfa dalla congerie postmoderna?

S.DM.: Oggi il Post Noir è un genere passato di moda. Tarantino deve il suo successo grazie all’avallo di personaggi come Eastwood che lo portò a Cannes. I dialoghi sopra le righe, le sfumature grottesche, l’esagerazione dei toni sono diventati una moda, indipendentemente dal genere. Spesso seguita da chi il noir poco lo conosceva e lo frequentava. Certo Tarantino il cinema lo conosce benissimo, vive di citazioni, non sempre colte dallo spettatore medio. Ha mescolato i caratteri distintivi del filone così come erano raccontati nelle riviste pulp degli anni ‘30 e ‘40 riproponendoli in una ‘bolla’ di cultura pop in cui i decenni si confondono, in un modo originale. Alla fine però oggi pochissimi realizzano film ‘alla Tarantino’ perché il pubblico fondamentalmente vuol seguire una storia narrata in modo tradizionale.

Chi non conosce il genere da dove dovrebbe iniziare?

S.DM.: Io consiglierei un percorso di cinque film che racchiudono un po’ tutta la storia del genere. La fiamma del peccato di Billy Wilder, I Senza Nome di Melville, La sposa in nero di François Truffaut, Chinatown di Roman Polanski e Pulp Fiction di Quentin Tarantino. Da questi si dipartono un gran numero di interessanti sentieri di visione che alla fine sono quelli suggeriti dalla Guida, seguendo i personaggi prima di tutto perché sono loro ad animare le storie, ad appassionarci. Sempre tenendo d’occhio lo scaffale della libreria.

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