L’angolo di Michele Anselmi
Ricevo dall’amico Giovanni Santoro, che a lungo lavorò alla Biennale, questo suo condivisibile commento in merito al mio articolo di ieri sera sui premiazione alla Mostra del cinema, edizione 83.
«Il verdetto dimostra che avere come giurato italiano un critico, e non un regista o un attore o un’attrice, permette di evitare quei premi di consolazione, spesso Coppe Volpi, dati ad un film italiano. Casetti super partes».
Non so se Francesco Casetti abbia svolto questo ruolo determinante, ma è probabile. Essendo Casetti un critico, un saggista e un professore, da anni che non ce n’era uno in giuria, avrà portato in quel consesso uno sguardo non “tecnico” in senso stretto, sottraendosi a quel riflesso automatico che spinge sempre il giurato italiano a premere per portare a casa, nella stretta finale, qualche alloro tricolore. Ricordo, anni fa fui l’unico a scriverne su “Il Secolo XIX” nell’incredulità generale, che dai primi anni Sessanta in poi abbiamo sempre vinto il Leone d’oro, anche quando meritato, grazie alla presenza di un presidente di giuria italiano. Non lo chiamerò “aiutino”, ma così è.
Come scrivevo ieri sera a tamburo battente, per Rai Cinema trattasi di una disfatta assoluta: la società diretta da Paolo Del Brocco presentava cinque film in concorso, ovvero l’intera pattuglia italiana, più altri ventitré nelle altre sezioni, e nulla porta a casa dopo un tale investimento anche economico. Certo, la Coppa Volpi al bravo Adriano Giannini per “Ritorno a Buenos Aires” poteva starci, ma certo di fronte al John Malkovich di “Wild Horse Nine” c’era poco da discutere.
Vero è che, a parte appunto il film di Marco Bechis, comunque non del tutto riuscito, gli altri quattro italiani in gara risultavano perdenti in partenza: “Succederà questa notte” di Nanni Moretti, “Il fuoco che ti porti dentro” di Edoardo De Angelis, “Echo Chamber” di Andrea Pallaoro, “L’estranea” di Paolo Strippoli. La loro esclusione dal palmarès non sorprende: francamente nessuno di essi avrebbe potuto ambire a qualche riconoscimento di peso, tanto meno al Leone d’oro, di fronte al resto della selezione.
C’è una morale da trarre? Sì. Inutile piazzare tanti titoli italiani in gara, l’anno scorso addirittura sei, se non risultano in grado di competere, sul piano della qualità e dell’ispirazione, in una dimensione internazionale. Lo dico al direttore Alberto Barbera, che sa fare benissimo il suo lavoro, ma mi pare di manica larga, troppo larga, verso il cinema italiano. Un tempo era “tre” il numero perfetto da usare per le rappresentanze nazionali, direi di tornare a quella tradizione.
Michele Anselmi