L’angolo di Michele Anselmi
Purtroppo ha fatto scuola il micidiale stile di Alberto Barbera. Così anche la neodirettrice della Festa di Roma, Paola Malanga, ha deciso di presentare a uno a uno, pure commentandoli, i titoli del menù: solo che a Venezia i film sono in genere una settantina, all’Auditorium quest’anno saranno quasi il doppio. Risultato? Una conferenza stampa durata esattamente due ore, dalle 11.40 alle 13.40, con buona parte dei giornalisti accasciati sulle sedie in attesa di poter fare qualche domanda. Anche il sindaco Roberto Gualtieri e il suo assessore Miguel Gotor, dopo tre quarti d’ora, hanno abbandonato la sala: erano venuti, immagino, per marcare la novità, anche politica, rispetto alla precedente gestione.
Gli aggettivi più usati da Malanga nel suo fluviale monologo? “Incredibile” e “straordinario”, a volte anche “assolutamente straordinario” con avverbio rafforzativo. Sarebbero tutti così i film raccolti nelle sezioni principali della 17ª edizione, che si svolgerà dal 13 al 23 ottobre, grazie ai 28 schermi cittadini (non si vive di solo Auditorium) reperiti per l’occasione.
“Non è Venezia, non è Cannes, non è Berlino: è una Festa in dialogo con la città che la ospita” ha esordito il presidente della Fondazione, Gian Luca Farinelli, ringraziando Laura Delli Colli, suo predecessore. La novità principale era già nota: torna la sezione competitiva, cioè il concorso, per ora formato da sedici titoli, sette dei quali diretti da donne, un apprezzabile record.
In platea si vorrebbe sapere la composizione della giuria, in fondo mancano solo tre settimane all’apertura, ma bisognerà aspettare i prossimi giorni. Malanga, in aspettativa da Rai Cinema, aggiunge che sarà “una Festa che respira l’aria del tempo” (quale festival di cinema non lo fa?), riconoscendo subito dopo che “troverete molto cinema italiano: una scelta voluta e meritata”.
Facciamo qualche conto, allora. Progressive Cinema, cioè il concorso, sfodera solo due film italiani su sedici, ovvero “La cura” di Francesco Patierno e “I morti rimangono con la bocca aperta” di Fabrizio Ferraro: ottima scelta, meglio non esagerare dopo la sbornia tricolore veneziana sul fronte della gara. Ma le altre sezioni? Freestyle conta diciassette film italiani su ventisei, Grand Public nove su diciassette, Proiezioni speciali sette su undici (e vi risparmio annessi e connessi, più i documentari, i restauri e gli incontri col pubblico). Più che una Festa internazionale sembra la Festa del cinema italiano, con una buona percentuale di produzioni targate Rai Cinema, ben sedici, ma questo era abbastanza scontato, pure naturale.
D’altro canto, Farinelli non ha dubbi: “Lo stato di salute del cinema italiano è ottimo, mai stato così plurale il nostro cinema. Magari poi si produce troppo, ma certo stiamo vivendo un momento straordinario” (aridànghete).
Dei due italiani in competizione s’è detto. Tra le altre proposte del gruppone nazionale ci sono “Il colibrì” di Francesca Archibugi, che apre le danze, “Astolfo” di Gianni Di Gregorio, “Era ora” di Alessandro Aronadio, “L’ombra di Caravaggio” di Michele Placido, “Il principe di Roma” di Edoardo Falcone, “La stranezza” di Roberto Andò, “Rapiamo il Duce” di Renato De Maria, “War – La guerra desiderata” di Gianni Zanasi, “Er gol de Turone era buono” di Francesco Micciché, “La divina cometa” di Mimmo Paladino, “Ora tocca a noi – Storia di Pio La Torre” di Walter Veltroni, le serie tv “Romulus II – La guerra per Roma” di Matteo Rovere e “Django” di Francesca Comencini (due puntate a testa). Magari sono tutti belli o bellissimi, ma diciamo che si nota un certo squilibrio, come del resto quest’anno anche al Lido, sul fronte dei Paesi rappresentati, salvo il concorso.
Giustamente Malanga ha scelto di non presentare solo prime mondiali, alla maniera di Venezia e Cannes: un po’ perché non sono facili da reperire in questa fase dell’anno, un po’ per permettere a film comunque di valore, ritenuti interessanti o da sostenere, di girare da un festival all’altro, fatto salvo ovviamente il debutto italiano.
E i titoli internazionali? L’offerta sembra varia, almeno sulla carta. Penso, saltabeccando da una sezione all’altra, a “Causeway” di Lila Neugebauer con Jennifer Lawrence, ad “Alam” di Firas Khoury, a “Sanctuary” di Zagary Wigon, ad “Amsterdam” di David O. Russell con supercast hollywoodiano, a “Rheingold” di Fatih Akın, a “The Lost King” di Stephen Frears, soprattutto al western “Butcher’s Crossing” di Gabe Polsky dal memorabile romanzo di John Williams sulla caccia ai bisonti. Solo per dirne alcuni.
Costo della kermesse: 6 milioni e 300 mila euro, tra soci fondatori, sponsor, ministero della Cultura e prevendite dei biglietti. Nel manifesto ci sono Paul Newman e Joanne Woodward, per far sognare un po’ all’insegna della vecchia Hollywood. Uno dei premi alla carriera andrà all’88enne James Ivory (l’altro non si dice). Per la cronaca: a lungo antipatizzante nei confronti della manifestazione, Nanni Moretti ospiterà al cinema Nuovo Sacher una selezione dei migliori film di questa Festa, s’intende a suo insindacabile giudizio.
Michele Anselmi